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Non è la prima
volta che un governo presenta la sua proposta di riforma della
scuola italiana. Non è nemmeno la prima volta che
una tale proposta - tanto più se radicalmente innovativa -
viene accolta da un coro di critiche: dagli studenti che a
scuola vanno
per imparare, dai docenti che ci insegnano, dai sindacati su
su fino ai deputati e ai senatori che dovrebbero rappresentare
tutto il
Paese. Non di rado, infatti, le critiche più aspre, più dure,
si levano dai seggi del Parlamento piuttosto che dalle piazze
gremite
di folla. Un coro fatto di osservazioni intelligenti, attacchi pretestuosi
o semplici berci. Un insieme di voci che si levano da ogni
parte della società perché la Scuola, in un modo o nell’altro, riguarda
tutti. Riguarda i giovani, che desiderano una preparazione
adeguata ad affrontare le sfide del mondo del lavoro; riguarda gli adulti,
che non possono trascurare il problema di quale educazione
dare ai loro figli. C’è poi un altro elemento, non meno
importante: a scuola, con le dovute eccezioni, ci sono stati
tutti. Ci siamo
ancora dentro tutti. E, inevitabilmente, l’idea di cambiare in
maniera radicale un sistema scolastico che si regge in piedi,
non senza
tentennamenti, dai tempi di Gentile e Mussolini, spaventa non poco.
Spaventa ancor di più se una riforma, nella fattispecie quella
proposta dall’attuale governo e dal ministro Moratti, si
propone di modificare innanzitutto l’impianto fortemente
statale, quindi
pubblico, che la nostra Scuola ha sempre avuto.
Le critiche a questa riforma infatti,
sia quelle intelligenti sia i berci, vertono sostanzialmente
su un punto. La Scuola è e deve
restare un servizio pubblico, aperto e disponibile per tutti. Un
servizio pubblico, è una scuola che si pone l’obbiettivo
di formare,
di far crescere, di fornire strumenti utili ai cittadini di domani, non
una fabbrica di diplomi. La scuola non deve diventare un
distributore di competenze ritagliate ad hoc che preparino a
questa o quella professione. Che forgi delle menti limitate e
incapaci
di scegliere, capace solo di fornire loro un pacchetto
prefabbricato di competenze e poi di vendere (le menti prima
ancora delle
competenze) al mondo dell’imprenditoria e dell’industria. In secondo
luogo, coloro a cui questa riforma non piace respingono
senza riserva l’orrendo principio del
finanziamento-pubblico-alle-scuole-private. Specialmente su
questo punto, sui soldoni
dunque, più che sulle idee, si è scatenata la rabbia (e
concentrata la legittima preoccupazione) del mondo
studentesco. Quello
che da più vicino ci riguarda.
A differenza di
molti, io non credo che lo Stato non debba, anzi non possa,
fornire ai cittadini uno strumento, o anche
solo un aiuto, che consenta a tutti di scegliere
un tipo di scuola piuttosto che un altro. La scuola pubblica,
aperta a tutti,
è laica e (così dovrebbe essere, almeno) pluralista. La scuola
privata, al contrario, ha caratteristiche ben più peculiari.
Rappresenta, legittimamente, punti di vista e impostazioni
culturali o religiose ben precise. A differenza
dell’istruzione
pubblica, però, quella privata non è, ovviamente , gratuita.
Peggio: le rette della quasi totalità degli istituti (il quasi
è
d’obbligo, ma credo in questo caso superfluo) sono tanto
salate da limitare la possibilità di accesso tra i loro banchi
ai figli dei ricchi e dell’alta borghesia. La proposta di
cambiare questo stato di cose attraverso i famigerati
buoni-scuola -
cioè dando alle famiglie che lo richiedono un contributo per
pagare tali rette - non è malvagia, anzi. Mi pare giusta, per
principio; e non bisogna dimenticare che uno studente che frequenti la
scuola pubblica costa allo Stato un enormità: più
di quanto costerebbe il contributo, il buono-scuola, se questo
si iscrivesse ad un istituto privato. Esiste quindi anche
un certo fattore di convenienza economica per cui tanti, persone
rispettabilissime e non coinvolte nel gioco machiavellico
della politica, auspicano una soluzione di questo tipo.
Quello che non va, quello che non si
può davvero accettare, a mio parere, è altro.
Un altro, questa volta veramente
orrendo, principio. Quello del risparmio. Peggio: del
disinvestimento. L’idea insomma
che si possa pensare alla Scuola come ad una semplice voce
nella tabella delle spese, un inutile mangiasoldi da cui
trarre, risparmiandoli, i fondi necessari a rimettere in pari
i bilanci, a far quadrare i conti. Perché alla Scuola italiana
servono quelli: i soldi. Servono più soldi, non meno! Soldi
per ristrutturare edifici che cadono in pezzi ogni giorno
di più, mettere in regola strutture che anche se formalmente
rispettano tutte le leggi e le normative crollano non appena
la terra trema, come in Molise. Soldi per attrezzare laboratori, comprare
computer e macchinari. Soldi per pagare
in maniera decente il personale: insegnanti e ATA. Ma la politica,
l’attuale maggioranza, oggi, come la precedente -
qualche anno fa - sembra non volerlo capire.
Mai che si pensi all’istruzione come al
più indispensabile e utile degli investimenti a lungo termine.
Mai che si metta
l’esigenza di finanziare la Scuola, prima ancora di
riformarla, davanti all’esigenza di costruire un ponte o un
autostrada
o un traforo. Ai governi, alle maggioranze, servono i voti. Servono
risultati, e subito: risultati che producano o
preservino il consenso. Ma alla politica, all’Italia, servono
anche idee e principi. Nei confronti della Scuola si può
e si deve ottimizzare la spesa, ma non si possono diminuire
gli investimenti. Non si può aggravare lo sfacelo
togliendo soldi a chi già ne ha pochissimi.
Chi scrive non
ama le piazze gremite di folla, i berci, gli striscioni e i
girotondi. Non le ho mai amate perché ho sempre
creduto che dalle piazze si possono gridare rabbia e scandalo,
comunicare emozioni: mai proporre soluzioni concrete,
contribuire a risolvere i problemi. Altri sono i luoghi e i modi.
Ma di fronte a questo attacco alla
Scuola, questo attacco vile, coperto da frasi tipo
è-colpa-della-
congiuntura-internazionale,
bisogna-considerare-la-crisi-del-mercato, è legittimo
esprimere innanzitutto
il proprio sdegno. Di fronte a questo attacco ai giovani, cioè
al futuro, scendere in piazza a manifestare
è giusto e naturale (ognuno con le sue idee e motivazioni).
Che si condividano o meno le opinioni
più diffuse, un po’ banali forse, su questo governo e su
questa maggioranza,
ciò che dovremmo evitare è di non fare nulla, di non esprimerci, o peggio
ancora, di non preoccuparci.
Il nostro silenzio sarebbe ben più clamoroso di qualunque
bercio, striscione o slogan gridato da una folla.
A.C.
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