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Parlare di politica? Sì, certo, perché no? Vogliamo parlarne e vogliamo schierarci.
Vogliamo dire la nostra e prendere posizione. Se ci sono cose che non ci piacciono
e ci sembrano sbagliate, ebbene, riteniamo giusto dirlo. Senza paura e nel rispetto
del pluralismo e della democrazia, valori in cui crediamo profondamente e che vogliamo
difendere.

BILANCIO SCUOLA:  E’ “PROFONDO ROSSO”

di Andrea Carapellucci (4^I) 

                                               

Non è la prima volta che un governo presenta la sua proposta di riforma della scuola italiana. Non è nemmeno la prima volta che
una tale proposta - tanto più se radicalmente innovativa - viene accolta da un coro di critiche: dagli studenti che a scuola vanno
per imparare, dai docenti che ci insegnano, dai sindacati su su fino ai deputati e ai senatori che dovrebbero rappresentare tutto il
Paese. Non di rado, infatti, le critiche più aspre, più dure, si levano dai seggi del Parlamento piuttosto che dalle piazze gremite
 di folla. Un coro fatto di osservazioni intelligenti, attacchi pretestuosi o semplici berci. Un insieme di voci che si levano da ogni
 parte della società perché la Scuola, in un modo o nell’altro, riguarda tutti. Riguarda i giovani, che desiderano una preparazione
 adeguata ad affrontare le sfide del mondo del lavoro; riguarda gli adulti, che non possono trascurare il problema di quale educazione
dare ai loro figli. C’è poi un altro elemento, non meno importante: a scuola, con le dovute eccezioni, ci sono stati tutti. Ci siamo
ancora dentro tutti. E, inevitabilmente, l’idea di cambiare in maniera radicale un sistema scolastico che si regge in piedi, non senza
 tentennamenti, dai tempi di Gentile e Mussolini, spaventa non poco. Spaventa ancor di più se una riforma, nella fattispecie quella
proposta dall’attuale governo e dal ministro Moratti, si propone di modificare innanzitutto l’impianto fortemente statale, quindi
pubblico, che la nostra Scuola ha sempre avuto.

Le critiche a questa riforma infatti, sia quelle intelligenti sia i berci, vertono sostanzialmente su un punto. La Scuola è e deve
 restare un servizio pubblico, aperto e disponibile per tutti. Un servizio pubblico, è una scuola che si pone l’obbiettivo di formare,
 di far crescere, di fornire strumenti utili ai cittadini di domani, non una fabbrica di diplomi. La scuola non deve diventare un
distributore di competenze ritagliate ad hoc che preparino a questa o quella professione. Che forgi delle menti limitate e incapaci
di scegliere, capace solo di fornire loro un pacchetto prefabbricato di competenze e poi di vendere (le menti prima ancora delle
 competenze) al mondo dell’imprenditoria e dell’industria. In secondo luogo, coloro a cui questa riforma non piace respingono
senza riserva l’orrendo principio del finanziamento-pubblico-alle-scuole-private. Specialmente su questo punto, sui soldoni
dunque, più che sulle idee, si è scatenata la rabbia (e concentrata la legittima preoccupazione) del mondo studentesco. Quello
che da più vicino ci riguarda.

A differenza di molti, io non credo che lo Stato non debba, anzi non possa, fornire ai cittadini uno strumento, o anche
solo  un aiuto,  che consenta a tutti di scegliere un tipo di scuola piuttosto che un altro. La scuola pubblica, aperta a tutti,
è laica e (così dovrebbe essere, almeno) pluralista. La scuola privata, al contrario, ha caratteristiche ben più peculiari.
Rappresenta, legittimamente, punti di vista e impostazioni culturali o religiose ben precise. A differenza dell’istruzione
pubblica, però, quella privata non è, ovviamente , gratuita. Peggio: le rette della quasi totalità degli istituti (il quasi è
d’obbligo, ma credo in questo caso superfluo) sono tanto salate da limitare la possibilità di accesso tra i loro banchi
ai figli dei ricchi e dell’alta borghesia. La proposta di cambiare questo stato di cose attraverso i famigerati buoni-scuola -
cioè dando alle famiglie che lo richiedono un contributo per pagare tali rette - non è malvagia, anzi. Mi pare giusta, per
 principio; e non bisogna dimenticare che uno studente che frequenti la scuola pubblica costa allo Stato un enormità: più
di quanto costerebbe il contributo, il buono-scuola, se questo si iscrivesse ad un istituto privato. Esiste quindi anche
 un certo fattore di convenienza economica per cui tanti, persone rispettabilissime e non coinvolte nel gioco machiavellico
 della politica, auspicano una soluzione di questo tipo.

Quello  che non va, quello che non si può davvero accettare, a mio parere, è altro.

Un altro, questa volta veramente orrendo, principio. Quello del risparmio. Peggio: del disinvestimento. L’idea insomma
che si possa pensare alla Scuola come ad una semplice voce nella tabella delle spese, un inutile mangiasoldi da cui
trarre, risparmiandoli, i fondi necessari a rimettere in pari i bilanci, a far quadrare i conti. Perché alla Scuola italiana
servono quelli: i soldi. Servono più soldi, non meno! Soldi per ristrutturare edifici che cadono in pezzi ogni giorno
di più, mettere in regola strutture che anche se formalmente rispettano tutte le leggi e le normative crollano non appena
 la terra trema, come in Molise. Soldi per attrezzare laboratori, comprare computer e macchinari. Soldi per pagare
 in maniera decente il personale: insegnanti e ATA. Ma la politica, l’attuale maggioranza, oggi, come la precedente - 
qualche anno fa - sembra non volerlo capire.

Mai che si pensi all’istruzione come al più indispensabile e utile degli investimenti a lungo termine. Mai che si metta
l’esigenza di finanziare la Scuola, prima ancora di riformarla, davanti all’esigenza di costruire un ponte o un autostrada
 o un traforo. Ai governi, alle maggioranze, servono i voti. Servono risultati, e subito: risultati che producano o
preservino il consenso. Ma alla politica, all’Italia, servono anche idee e principi. Nei confronti della Scuola si può
e si deve ottimizzare la spesa, ma non si possono diminuire gli investimenti. Non si può aggravare lo sfacelo
 togliendo soldi a chi già ne ha pochissimi.

Chi scrive non ama le piazze gremite di folla, i berci, gli striscioni e i girotondi. Non le ho mai amate perché ho sempre
creduto che dalle piazze si possono gridare rabbia e scandalo, comunicare emozioni: mai proporre soluzioni concrete,
 contribuire a risolvere i problemi. Altri sono i luoghi e i modi.

Ma di fronte a questo attacco alla Scuola, questo attacco vile, coperto da frasi tipo è-colpa-della-
congiuntura-internazionale, bisogna-considerare-la-crisi-del-mercato, è legittimo esprimere innanzitutto
il proprio sdegno. Di fronte a questo attacco ai giovani, cioè al futuro, scendere in piazza a manifestare
è giusto e naturale (ognuno con le sue idee e motivazioni).

Che si condividano o meno le opinioni più diffuse, un po’ banali forse, su questo governo e su questa maggioranza,
 ciò che dovremmo evitare è di non fare nulla, di non esprimerci, o peggio ancora, di non preoccuparci.
Il nostro silenzio sarebbe ben più clamoroso di qualunque bercio, striscione o slogan gridato da una folla.

 

A.C.

 

staff