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Il mulino di Salbertrand e
l'energia nell'era preindustriale


« Marie guarda i primi chicchi d’avena e sembra già pregustare i buoni dolci che farà il giorno della festa del pane! Dopo esserci rialzati, ci stiriamo ben bene, perché a forza di stare chini ci è venuto la schiena rigida e male alle ginocchia. Dico a Marie: “Domani speriamo di finire l’orzo e il frumento primaverili, poi andrò ad aiutare alcuni giorni i miei, così ci saremo tolti questo lavoro, poi vaglieremo insieme”. Nei giorni seguenti finiamo anche per i miei e tutto il nostro biondo grano è pronto nei sacchi. La paglia in grandi covoni è stata ammucchiata al riparo del tetto e la pula servirà per lettiera agli animali. Poi lo vagliamo con il ventilabro. Lo portiamo quindi, un po’ alla volta, al mulino del villaggio, la cui macina di granito, in questo periodo gira incessantemente. Grande è la gioia del mugnaio che in questi giorni è diventato l’uomo più importante del villaggio! » 
 
Da: “Lassù gli ultimi”, Gianfranco Fini, Arti Grafiche Persico Dante Cremona, 1972.

Il mulino ad acqua di Salbertrand è parte dell’Ecomuseo "Colombano Romean", gestito dal Parco Naturale del Gran Bosco di Salbertrand (informazioni al n.tel. 0122854720).

Sia il mulino che il nome stesso dell’ecomuseo costituiscono una preziosa testimonianza dell’utilizzo dell’energia in un’epoca ancora povera dal punto di vista tecnologico, ma straordinariamente ricca di esempi di coraggio e intraprendenza dei montanari verso l’impiego delle risorse naturali.

Per portare acqua agli sterili campi di molte borgate di Exilles e Chiomonte, Romean, minatore di Ramat, scavò con la sua sola forza muscolare (ed un piccone), una galleria posta intorno ai 2000 m di quota, lunga 500 m (di 1,80 m per un metro di sezione). Completata in otto anni (1526-1534), l’opera è ancor oggi chiamata "Trou de Touilles" (dal nome del ruscello che vi scorre) o "Pertus" (in "patois" buco, cunicolo).

Il Pertus di Colombano Romean è accomunato al mulino di Salbertrand dall’utilizzo dell’acqua, una risorsa di fondamentale importanza per comprendere l’economia della Valle di Susa e della montagna in genere. 

Già nel Medioevo, infatti, il mulino idraulico ebbe un notevole sviluppo soprattutto nei paesi ricchi di corsi d’acqua, come quelli del Nord Europa e della vallate alpine. L’impiego principale era la macina dei cereali. Le possibilità d’uso si estesero anche alla taglio del legno (segherie idrauliche) ed alla metallurgia (lavorazione del ferro e di altri metalli). 

L’importanza rivestita dai mulini è testimoniata dalla proprietà, appannaggio di signorotti locali, laici o abati, una condizione che costituiva un imponente limite per le popolazioni; l’uso ma soprattutto i ricavi del lavoro del mulino subivano infatti ingenti riscossioni: in tal modo i signori esercitavano il controllo sulla produzione delle farine.

L’affrancamento popolare da tale dominio segnò una svolta nello sviluppo dei mulini, tanto che ogni villaggio giunse a possederne uno. La gestione variava dalla comproprietà tra varie famiglie (se i mulini erano piccoli),  all’affidamento ad un mugnaio retribuito dalla comunità o con una percentuale sul prodotto macinato (se i mulini erano grandi).

L’idea alla base della costruzione di un mulino ad acqua é relativamente semplice: sfruttare la potenza dell’acqua che colpisce una ruota, collegata a una serie di ingranaggi che trasmettono il movimento alle macine. 

I mulini si distinguevano per la disposizione della ruota idraulica, orizzontale o verticale con un ingranaggio perpendicolare al moto delle acque. L’impulso dell’acqua poteva colpire la ruota in basso, a media altezza oppure in alto, modificandone le prestazioni, poiché si potevano sommare due componenti energetiche, quella della risorsa idrica e quella della forza di gravità. Una volta colpite, le palette della ruota, solitamente in ferro,  trasmettevano il moto all’albero, dal quale, a sua volta, il movimento passava agli ingranaggi attraverso una ruota dentata parallela a quella esterna (la velocità delle due ruote era identica). I denti della seconda ruota si incastravano in una struttura detta il "rocchetto" nel cui foro centrale passava il palo delle macine, formate da due parti, una fissa e l’altra mobile. 

I cereali, fatti cadere dall’alto sopra le macine, scivolavano tra gli interstizi delle mole e infine venivano macinati. Ottenuta la farina, poi, questa doveva essere controllata e selezionata. I cereali macinati erano quelli prodotti sul posto: grano, segale, orzo. Parti complementari di un mulino idraulico erano la corte (spiazzo antistante per le attività di carico/scarico e magazzino dei residui di lavorazione), i prati adiacenti e una piccola stalla per gli animali da traino.

I mulini, soprattutto quelli del Cinquecento, erano costituiti da due piani, su pianta quadrata. C’erano la sala delle macine, due locali adibiti all’alloggio del mugnaio, la stalla e il forno, mentre al piano superiore, solitamente molto angusto, c’erano solo i solai. 

In Valle di Susa, data la ricchezza di corsi d’acqua sfruttabili, i mulini erano un tempo numerosi. Il mulino di Salbertrand è l’ultimo dell’alta valle a possedere ancora tutta la propria apparecchiatura.

Dai documenti raccolti dall’Ente Parco, si desume che esso abbia avuto una ricca ed intensa storia, lunga circa 800 anni, di lavoro al servizio della comunità locale, divisa tra il Delfinato, la supremazia del castello di Exilles e le numerose guerre succedutesi lungo la Valle di Susa.
Il primo documento cartaceo legato ai mulini risale a una pergamena datata 5 luglio 1298.

Il mulino dell’ecomuseo è a ruota orizzontale, con ingranaggi in legno e pietra: quando le macine si consumavano bisognava martellarle con strumenti in ferro, per riportare la superficie a una ruvidezza adatta alla macinazione. 

Risale al 1896 il progetto di trasformazione del mulino di Salbertrand con l'affiancamento di una piccola centrale idroelettrica in seguito passata di proprietà dal Comune di Salbertrand all'AEM di Torino

La necessità di disporre costantemente di acque imponeva la costruzione di canali (bealere) alimentati talvolta da laghetti artificiali (con funzione di riserva nei periodi di magra). Il mulino di Salbertrand non sfuggiva a questa esigenza: l’acqua era prelevata dalla Dora Riparia mediante una bealera all’altezza del ponte di Chenebières, sulla sponda sinistra. L’efficienza del rendimento era inoltre garantita da una accurata manutenzione delle opere di derivazione, periodicamente ripulite dai sedimenti depositati dalle piene.

Il mulino è un simbolo dell’uso dell’energia nell’era preindustriale. Sino alla metà del 1700, le fonti di energia erano principalmente di quattro tipi: muscolare, idraulica, eolica e derivante dalla combustione di fitomassa (legname…).

Lo sfruttamento energetico delle società preindustriali si avvaleva di energia primaria, intesa come energia subito utilizzabile, senza il passaggio di trasformazione per l’uso, cosa che avviene, invece, per le fonti utilizzate nel mondo moderno. Nei paesi occidentali il predominio di questo tipo di energia semplice e non inquinante - i muscoli, l’acqua, il vento - si può far terminare soltanto interno alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Nei paesi meno sviluppati, invece, queste forme energetiche sono tuttora necessarie e insostituite.

Le quattro classi energetiche prima menzionate hanno avuto uno sviluppo prolungato nel tempo, rendimenti variabili, ma un impatto ambientale ridotto, anche se ci sono elementi etici e morali che ci fanno condannare l’uso della forza muscolare umana degli schiavi.

Nei millenni, nelle civiltà asiatiche, egiziane, arrivando a quella romana e successivamente a quelle occidentali, all’uso della forza muscolare umana si affiancò la forza muscolare animale. Gli animali preferiti erano i bovini, perché i cavalli erano troppo onerosi: necessitavano di buoni pascoli, scarsi in molte aree mediterranee, di bardature troppo costose, anche se la loro potenza di traino e la velocità erano senz’altro maggiori di quelle offerte da buoi e bufali.

L’evoluzione nell’attacco dei cavalli comportò nelle campagne del Medioevo una vera e propria rivoluzione energetica, poiché i cavalli sostituirono i più lenti bovini nel tiro dell’aratro. E’ importante sottolineare che anche la buona qualità delle strade e dei veicoli influenzava il trasporto, si cercava, cioè, di ridurne l’attrito. 

La forza muscolare umana, intesa soprattutto come quella degli schiavi, fu largamente impiegata nelle costruzioni di massa di piramidi, fortezze, palazzi, strade e ponti, ma anche per il trasporto su acqua (si pensi alle navi a remi).

Lo sviluppo delle società, soprattutto nell’era medioevale, coincise con un aumento dell’uso di risorse energetiche naturali, quali quelle offerte dall’acqua e dal vento. La prima descrizione di un mulino ad acqua risale al primo secolo a. C., mentre per i mulini a vento bisogna attendere fino alla metà del decimo secolo d. C., in cui si hanno cenni di un mulino ad asse verticale costruito in una regione ventosa corrispondente all’attuale Iran orientale.

Paradossalmente, questi meccanismi di erogazione energetica furono così decisivi nell’Europa preindustriale da divenire le principali fonti di industrializzazione su larga scala. Gli inizi di questo processo in Europa si ebbero tra il decimo ed il tredicesimo secolo, proprio grazie a uno sfruttamento massiccio delle macchine idrauliche.

Lo sviluppo che assunsero tali macchine fu lento ma potente, soprattutto nelle regioni in cui le correnti fluviali o la forza eolica ne permisero un uso efficiente. Secondo quanto riportato da Smil, i mulini a vento medioevali avevano capacità e potenza simili ai loro cugini ad acqua, mentre nel secolo scorso questi ultimi raggiunsero potenze  quattro o cinque volte superiori.

Un ultimo cenno merita il discorso dell’energia ricavata da fitomassa: cortecce, radici, carbone di legna, torba, paglia, stoppie, sarmenti... L’uso di tale fonte energetica é legato alla sua combustione, quindi prevalentemente per riscaldare o cuocere.

La costruzione di altoforni e la conseguente produzione di metalli ebbe aspetti ecologici di notevole impatto. La crescente richiesta di combustibile come il legname provocò deforestazioni impressionanti intorno al diciannovesimo secolo, ma soprattutto aprì la strada alla politica che ancora oggi primeggia, cioè il credere e il comportarsi come se le risorse fossero inesauribili.

Lo sviluppo delle società preindustriali ebbe il suo limite nella disponibilità del combustibile.

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