Rosa anzi Nero

PRESENTAZIONE

Sul tema preso in considerazione, ossia la donna nel regime fascista (dal 1922 al 1943) non sono stati prodotti molti studi, a differenza del tema della Resistenza; inoltre, questi differiscono alquanto tra loro circa l'impostazione. Da un lato si è posto un prevalente accento sugli aspetti puramente negativi, con una forte polemica ideologica; d'altro lato gli studi sono generali e al loro interno il tema femminile non ha una incidenza significativa. Manca, soprattutto, uno sguardo capace di sottrarre questo tema alla visione ideologica per consegnarlo ad una trattazione che abbia come guida "il genere'', ossia la specificità di essere donne all'interno di un regime antidemocratico e maschilista.

A queste difficoltà se ne aggiunge un'altra relativa alla ricerca iconografica, aspetto fondamentale per una mostra che per sua natura affida alle immagini la comunicazione. I materiali fotografici non mancano, né abbiamo trovato difficoltà ad accedervi, ma sono prevalentemente connotati da un'abbondanza di immagini provenienti dal regime stesso, che aveva colto la grande efficacia dei mezzi di comunicazione di massa, come la radio, il cinema e la fotografia. Sono immagini dichiaratamente propagandistiche, oleografiche e talvolta costituiscono dei veri falsi storici. Ciò che riguarda le donne è dunque viziato in partenza dalla natura stessa dei documenti: una gioventù bella, felice, entusiasta del fascismo e del suo capo, intenta per lo più ad esibirsi in saggi ginnici, parate spettacolari, raduni di prosperose madri prolifiche o di gioiose contadine in costume.

Sappiamo dalla documentazione storica e letteraria che sotto questa superficie si celava la povertà, la fatica e la discriminazione sul lavoro, la dichiarata misoginia, la sofferenza delle classi invise al regime (non vi fu, ad esempio, una organizzazione delle donne operaie), la fatica di partorire e allevare tanti figli in condizioni di povertà. Ma come rappresentare questa realtà, in assenza di fotografie che la documentino? Va ricordato che l'uso amatoriale della macchina fotografica, e il suo uso sociale, iniziarono ad essere realmente di massa solo a partire dagli anni Cinquanta, mentre sino a quel momento la fotografia rispondeva prevalentemente a fini di carattere eccezionale.

Si noterà in questa mostra come le immagini di donne operaie siano quasi tutte uguali: gruppi in posa, perlopiù all'aperto, quindi al di fuori del contesto del lavoro; oppure le donne venivano riprese come una massa indistinta, a sottolineare che il soggetto della fotografia era o la nuova tecnologia (nel caso, ad esempio, delle impiegate della Fiat addette alle prime calcolatrici) o l'efficienza dell'organizzazione del lavoro.

E' stato quindi necessario ricorrere a studi fotografici di provincia, dove era più facile rintracciare quei professionisti che lavoravano per un giornale locale (è il caso, ad esempio, delle fotografie provenienti da Modena e da Carpi).

Tuttavia, il problema rimaneva. Pensiamo di aver aggirato l'ostacolo dichiarando nel sottotitolo della mostra che le immagini provengono per la maggior parte da fonti ufficiali e scegliendo le fotografie che potevano evocare i vari sottotemi, come l'organizzazione delle donne fasciste, l'inquadramento dei ragazzini e dei giovani nelle varie sezioni organizzative del Partito Nazionale Fascista, i matrimoni di gruppo, le premiazioni delle madri prolifiche.
La scelta è stata di utilizzare le stesse fotografie di regime riproponendole in chiave attuale, come se il nostro occhio fosse sempre pronto a cogliere lo sguardo di allora. Abbiamo così lasciato che la fotografia stessa parlasse per noi, denunciando l'ideologia ch'era sottesa, la sua destinazione propagandistica, l'inconsapevole effetto di trasformare le persone in comparse, la stridente contraddizione con la realtà, sino a giungere, talvolta, a effetti comici o patetici.
Squadriste ad una cerimonia funebre di un caduto fascista

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La fotografia, dunque, come controtesto, come boomerang rispetto a ciò che il regime si proponeva, come documento, talvolta sfacciato, di una politica che esercitò, soprattutto rispetto alle donne, una manipolazione di massa. Fatta eccezione per poche, la maggioranza delle fotografie rappresenta scene di adunate, di parate, comunque di gente ammassata, in divisa, o con gli abiti da festa.
Militanti comunisti rifugiati in Francia
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In parallelo, abbiamo scelto, quando è stato possibile, di affidare i testi che accompagnano le varie sezioni a brani tratti dalla stessa pubblicistica fascista, di per sé più efficaci di qualunque nostro commento.
Vogliamo citare qualche brano? ``La conseguenza dell'emancipazione culturale (anche nella cultura universitaria) porta a che sia impossibile che le idee acquisite permangano se la donna non trova un marito assai più colto di lei'' (Ferdinando Loffredo, Politica della famiglia, Bompiani, Milano 1936); `` Vi dirò anche che non darò il voto alle donne. E' inutile. In Germania e in Inghilterra le elettrici votano gli uomini.... La donna deve obbedire.... Naturalmente non deve essere schiava, ma se io le concedessi il diritto di voto mi si derirerebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare'' (Benito Mussolini, Opera omnia, La Fenice, Firenze 1951); ``...il lavoro della donna rende impossibili tutti gli esercizi della maternità e della vita femminile. Il Paese più che le sue braccia vuole i suoi `fianchi''' ( La Tribuna, Roma, 1917).
In ogni caso il criterio che ci ha guidate e che costituisce il filo della mostra è stato improntato ad una idea ben precisa: volevamo restituire la complessità e la contraddittorietà del periodo e della politica del regime fascista verso le donne. Da un lato il fascismo ha corteggiato nelle donne il loro bisogno di modernità, di sentirsi protagoniste, di esprimere quella parte di sé che non si esauriva nell'essere madri, mogli e casalinghe, dall'altro lato ha sfruttato la disponibilità femminile a prendersi cura degli altri (come fare la beneficenza, lavorare gratuitamente per una causa), a sentirsi coinvolte in prima persona in un progetto che andava al di là del quotidiano e del privato.
La valorizzazione del corpo femminile tramite lo sport e la maternità, unitamente alla valorizzazione della funzione educativa (le maestre furono le più entusiaste e fedeli sostenitrici del regime), ha fatto sì che le donne partecipassero sinceramente, e anche ciecamente, ai programmi offerti e talora imposti dal regime. Rispetto ai decenni precedenti - in cui, pur in presenza di un regime democratico la condizione della donna era fortemente penalizzata, sia sul lavoro, sia nella fatica della maternità e del vivere, sia nella sua collocazione familiare e sociale - il fascismo pareva offrire qualche occasione di emancipazione, o quantomeno di evasione dai ruoli consueti. Offerta fatta, è bene precisarlo, alle donne della piccola e media borghesia e delle città, non alle operaie e alle contadine.
Nel privato la condizione di subordinazione femminile al maschio, già presente nei decenni precedenti, si accentuò maggiormente. Nelle relazioni di coppia, ad esempio, la misoginia regnava sovrana, accentuata dall'idea - fattasi ideologia - che "più che delle sue braccia noi abbiamo bisogno dei suoi fianchi'', come si espresse concisamente Ferdinando Loffredo e dalla valorizzazione della "virilità del maschio italico, vera gloria della stirpe''.

Nel matrimonio la supremazia del marito era sancita dal codice Rocco (lo stesso, per la verità, che ebbe valore sino al 1975). Sul lavoro, invece, la penalizzazione, sempre rispetto ai decenni precedenti, aveva assunto livelli drammatici. A parità di lavoro le donne venivano pagate il 40 e anche il 50 per cento in meno degli uomini.
La loro assunzione negli uffici pubblici era fissata al 10 per cento del totale, mentre più emblematico ancora fu il divieto per le donne (1926) di partecipare a cattedre di lettere, latino e greco, storia e filosofia ed economia politica nei licei e negli istituti tecnici. Ma ciò che spicca maggiormente come scelta di fondo del regime è la politica demografica, che confinò la donna alla sua funzione procreatrice come l'unica capace di dare un senso alla sua vita di donna e di cittadina.

Ciò che indigna di più, in questa scelta, è la spregiudicatezza con cui venne strumentalizzato il desiderio femminile di maternità, poiché "... solamente la vittoria della battaglia demografica può garantire la vita, quindi la potenza militare, l'espansione economica e la gloria dell'Impero fascista'' (G.G. Borghese, La Unione fascista tra le famiglia numerose, in "Panorami di realizzazione del fascismo", vol. VIII, Gli Istituti del regime, Roma 1942). I dati sulla natalità dimostrano come questa politica non trovò nelle donne l'attesa risposta. Nel 1927 la natalità era del 27,5 per mille abitanti; nel 1934 era del 23,4; nel 1939 era del 23,5.

Partenza per la Germania
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Vogliamo ancora sottolineare come i titoli dei vari argomenti trattati siano volutamente ironici e dissacranti. Ne citiamo solo alcuni: Madri dolorose e figlie avventurose; Telefoni bianchi palpiti al cuore; E' arrivata la befana; L'Impero colpisce ancora. Potevamo noi, donne del duemila, prendere troppo sul serio il fascismo?

Aida Ribero, Gabriella Rossi e Ferdinanda Vigliani

Militanti comunisti rifugiati in Francia
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