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a cura di Emma Dovano

06/03/06 - I RICORDI DEGLI ALPINI, ECCELLENTI SCARPONI

Quand ch'i j'erô al Pampalù

"Alla montagna si riferisce con rispetto e amore tutta una larga parte della cultura fatta di proverbi, leggende, canzoni. In più, l'Italia ha, nelle Alpi, un imponente confine naturale che ne arricchisce la simbologia come baluardo della Patria." Così nell'introduzione del volume dal titolo "Montanara" di Virgilio Savona e Michele Straniero. Si parla di canzoni semplici, ingenue, a volte puerili, canti patriottici, repertori da osteria e da gita in pulman, di grandi ballate. Montagne che ispirano canti seri, epici, commoventi e canti che mettono allegria.
Tutti conoscono la canzone che racconta la storia degli alpini a Pampalù, almeno qualche verso, almeno la melodia, e di quello che è capitato al capitano Dalmasso, nome assegnato forse solo per esigenze di rima. Il Pampalù si trova sulla strada che va al Rocciamelone, più o meno a un terzo di percorso partendo da Mompantero. Lì c'era la sede di uno dei distaccamenti del Battaglione Val Cenischia del Terzo Alpini, nel 1939.
In questo libro pubblicato quindici anni fa le gesta degli alpini sono solo a margine, si immaginano e si sanno, anche: qui c'è la parte più spensierata e scanzonata di un Corpo di montagna, ardito e coraggioso: episodi, quadretti tra allegria, amarezza e nostalgia. Il tutto dimenticato, esaltato o annegato in bevute solenni. Fiumi di vino per sopportare la fatica di stare lontani da casa, le punizioni, le consegne che immancabilmente arrivavano alla scoperta dei colpevoli di scherzi grassi.
Chi scrive è Vincenzo Lagna detto Censsin, poeta, Artigliere di montagna, combattente sui fronti Occidentale e Greco-Albanese. E i ricordi partono - o arrivano - anche dall'Albania, Elbasan, 1941: una storia di girasoli raccolti in un cimitero mussulmano, un cuoco della mensa Ufficiali, il silenzio sulla provenienza di cotanta verdura, segreto pagato a patto di ricevere ogni tanto una pagnotta a testa o una fetta di lardo. E la storia dei lupi a Komianit, nel 1941, dimenticata in un bel bicchiere di grappa. O quella del filo telefonico bruciato un po' per sera dal Comando Gruppo Val Chisone di Primo Montagna, o la furberia del Battaglione Exilles. I racconti sono scritti in dialetto piemontese con testo italiano a fronte. Non al contrario: il dialetto è ritorno per eccellenza, intraducibile qualche volta se non a scapito della freschezza e dell'immediatezza del ricordo. Il cuoco che raccoglieva insalata nel cimitero, detto prima, l'è stait moôch da la sôrpreisa . si può tradurre moôch in italiano solo usando cinque o sei aggettivi uno dietro l'altro, e renderebbe ancora poco lo stato d'animo di quel poveretto.

(ed)

Censsin Langa, Quand ch'i j'erô al Pampalù, Torino, Il Piccolo Editore, 1981, pagine 136.

 

Ultimo aggiornamento: 22/08/2011


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