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a cura di Emma Dovano

14/07/08 - È L'ABITO CHE FA

È l'abito che fa

Fino agli anni 40, almeno, il modo di vestire era segno di un certo posto nella gerarchia della collettività, una specie di dichiarazione di appartenenza, il segno di un gusto proprio di questa o quella fetta della società, lo stile della fascia in alto o alla base della piramide sociale.
Le donne operaie andavano senza cappello, quelle dell'alta borghesia lo portavano e non solo nelle occasioni festive. 'Stoffe delicate e scarpette eleganti erano prerogativa di chi poteva disporre di una carrozza', le altre, le operaie andavano a piedi al lavoro, gli uomini in bicicletta: cioè al momento dell'uscita da casa si metteva in atto una rivendicazione di diritti sociali.
Nel libro si riporta una canzone popolare piemontese, Tabachin-a, in cui si legge l'ironia sul desiderio di eleganza di un'operaia della Manifattura Tabacchi: il vezzo di avere un cappello con un bel nastro fine, il corpetto con un bel fiocco, la scarpa col tacchetto...
L'abilità di saper attirare lo sguardo su di sé per il proprio vestire e ottenere un doveroso rispetto per la propria presenza era un tutt'uno. Il vestito era la condizione sociale resa in pubblico.
Le sartine godevano di un lusso : 'più sovente degli uomini loro pari, frequentavano ambienti della media borghesia, i caffè, i teatri'. Potevano persino organizzare un avvenimento di carattere pubblico, la Festa delle Caterinette, 'le devote di santa Caterina -patrona delle sartine- con due sfilate formali, l'assegnazione di premi e l'elezione della Caterinetta dell'anno', festa che è perdurata nel capoluogo piemontese fino al 1971.
Le sarte a Torino, e forse in generale in Italia, conoscevano da vicino la nobiltà: negli atelier infilando migliaia di punti e cucendo chilometri di orli potevano conoscere e ricalcare lo stile e il gusto aristocratico e copiare i modelli al di là della severità e della diffidenza della premiere , la capo-sarta.
Il libro di Vanessa Maher, antropologa inglese, parla delle trasformazioni sociali e politiche del Novecento attraverso lo sguardo delle sarte, la loro voce, i racconti. Una ricerca con una base locale , Torino, che ha preso 'spunto da una ricerca sul campo durante gli anni Ottanta presso sarte, clienti e sindacalisti a Torino e, ancora prima, da studi sul lavoro a domicilio compiuti negli anni Settanta' quando ci si ponevano quesiti sulla 'ubiquità del lavoro femminile, pagato e non, i ruoli familiari delle donne, la loro invisibilità sociale', la disuguaglianza, le diverse esperienze maschili e femminili e le diverse prospettive. Quello delle sartine non era un lavoro dequalificato, anzi, era per le famiglie un investimento, un lento sapere, una dote. Appena entrate in atelier, da giovanissime, le cite si occupavano di spilli, di consegne, di fili per molto tempo prima di diventare fancell e quindi orlatrici per dieci, dodici ore al giorno, anche di notte, e poi ancora anni di punti per arrivare magari a mettersi in proprio...
Sino a tutto il Settecento il lavoro sartoriale era monopolio degli uomini poi nell'Ottocento, con l'arrivo di nuovi tessuti e a fronte di richieste sempre più esigenti, le donne entrarono con impeto nel mestiere, tranne nel settore del taglio: il coupeur era un sarto. L'arrivo della mitica Singer a pedale facilitò e ridusse di molto il tempo chino sugli abiti, ma non entrò negli atelier se non molto più avanti: il lavoro 'di fino' era tutto eseguito a mano.
Tenere le fila attraverso la storia negli atelier di sartoria, di moda e nelle case, anche quelle modeste - ci offre e ci fa gustare una documentatissima storia dell'economia, della vita sociale e culturale torinese e piemontese, un itinerario molto interessante di cento anni di lavoro femminile e di emancipazione.

(ed)

Vanessa Maher, Tenere le fila, Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960, Rosenberg & Sellier Editore, Torino, 2007, pagine 392, € 32.


 

Ultimo aggiornamento: 22/08/2011


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