Sei in: Home > MAP > Le recensioni > Personaggi - 2009 > 09/02/09 - Rievocazione, memoria e grazie
a cura di Emma Dovano
A una cinquantina di chilometri da Castel Boglione (Castervé), e precisamente a Canale, nel Roero, il pane di ieri si diceva pos, fermo, posato, ed era il pane che si portava in tavola, grandi miche tolte da un sacco di carta spessa, forme che si tagliavano a mezzaluna, dopo averle appoggiate contro il petto, con un taglio esperto del coltello. Era il pane di ieri, anche dell'altro ieri, ed era buono. Ciò che era cibo di ieri è buono anche per domani: e la vita di ieri può essere trasmessa anche ai figli, a quelli che verranno dopo, l'esperienza della vita può essere di nutrimento a tutti -questo è il senso del titolo del nuovo libro di Enzo Bianchi.
Il testo vuole essere anche un inno di gratitudine a chi Enzo ha avuto vicino, i famigliari, i paesani, le persone dedite alla terra, alla cura delle anime: è una specie di autobiografia sottintesa.
Ricordare l'infanzia, la giovinezza, questa nostra memoria che elaboriamo continuamente, che è il nostro museo di ricordi che risistemiamo con calma -soprattutto se il tempo lasciato dietro è già tanto-, la memoria come la nostra ombra ci riporta su alla superficie il ricordo di una durezza portata dalla fatica, dalla grande povertà, ci fa tornare il pensiero di un'asprezza e di una rigidità di comportamento degli uomini, dei padri. "...Il padre quando rientrava dal lavoro sentiva il bisogno di alzare di tono e di accendere d'ira le poche espressioni che gli uscivano dai denti..."
Di idilliaco la campagna aveva ben poco, ora noi possiamo averne nostalgia perché stiamo recuperando il pensiero del valore della terra, sappiamo -adesso, dopo averla maciullata per anni- quale è la sua ricchezza, quanto rigenerano i suoi profumi, i suoi odori, i suoi tempi di calma e di fermento.
Allora, ai tempi della giovinezza dell'autore, la campagna era la prima istruzione, una vera scuola quei campi, quelle colline che si attraversavano e si percorrevano mattino e pomeriggio, quei filari ininterrotti pieni di pampini, di grappoli: la vita della campagna, della natura -insieme alle sue trasformazioni e alla bellezza dei suoi colori- dava la forte sensazione fisica di esistere.
La luna, la notte, il canto del gallo, il freddo, il temporale, la grandine. L'esistenza trascorreva con le stagioni, con i lavori della semina e del raccolto dei frutti della terra, con grandissime fatiche e con le pause felici della trebbiatura del grano, della vendemmia, dello sfogliare il granoturco, della veglia, la vijà.
La natura, il cielo, con le sue nuvole minacciose e con il pericolo che tutto il raccolto venisse spazzato e spaccato dalla grandine erano in grado di creare un collegamento stretto con Dio, un rapporto con il divino da sollecitare e da implorare con le rogazioni di fine aprile, e da ammansire con riti e ringraziamenti e aspersione di piogge benedette: Enzo Bianchi racconta sorridendo questo rapporto tra Dio e il tempo atmosferico.
La vita contadina era dura, la terra, la zolla dove si perpetua la rigenerazione della vita, insegna e modella il carattere e dispone comandamenti e regole di vita: fare il proprio dovere a costo di crepare, non ostentare, non esagerare, non godere troppo del successo del risultato, non mescolare le cose. Non prendersela. Un consiglio per i momenti di vita dura: mettere un limite al dolore per non essere travolti dalla vertigine che l'amarezza, la desolazione si porta dietro.
Enzo Bianchi è priore della Comunità monastica di Bose. Lì, tra i prati, in fondo a una valle, lui è andato, ventiquattrenne, a restaurare una piccola chiesa romanica insieme ad altri due amici, che poi partirono. E lì rimase in attesa, con un'infinita pazienza e un'ostinazione esagerata. Ora Bose, sulla grande morena tra Ivrea e Biella, è una realtà singolare e straordinaria, è una comunità di uomini e donne provenienti da chiese cristiane diverse, che lavorano e si guadagnano da vivere con le proprie mani.
L'autore di Il pane di ieri, nel dicembre del 1965, ha saputo fare uno scasso nel terreno ben profondo, ha aspettato: ha compiuto un atto di speranza. Come quello che il contadino fa impiantando una vite, sposando quel pezzo di terra, amandolo, lavorandolo con grande fatica, sicuro dei frutti.
(ed)
Enzo Bianchi, Il pane di ieri, Einaudi, 2008, pagine 114, € 16,50.
Sito: www.monasterodibose.it
Ultimo aggiornamento: 22/08/2011