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a cura di Emma Dovano

05/06/06 - IL VERO GIOCATORE È QUELLO INVISIBILE

Il giocatore invisibile

Il termine scacco deriva da shah in arabo-persiano: il re. La scacchiera è un campo quadrato con 64 case colorate, chiaro e scuro alternati. I due giocatori muovono a turno uno degli otto pezzi - re, regina, due torri, due cavalli, due alfieri - o degli otto pedoni in movimenti differenziati con cui possono catturare qualunque avversario che contattino, e sostituendolo nella casa occupata. La minaccia di catturare il re avversario è annunciata dicendo scacco e se il re non può evitare la cattura è scaccomatto o matto e la partita è finita. Pareggio se il matto non si può realizzare.
Questo, semplificando, il gioco. Tutto molto razionale nelle strategie dei movimenti di pochi centimetri, giocatori anche aggressivi più di quanto dimostrerebbero, immobili, concentrati, freddi. La mossa richiede l'analisi delle situazioni in cui vi sono due parti che si oppongono e il risultato di uno dipende dall'azione dell'altro. Situazioni di conflitto di ogni gioco: senz'altro su queste 64 case conflitti e calcoli anche esasperati, ossessivi, avvitati.
Il fascino è remoto, anche se le regole sono state codificate nella seconda metà dell'800. Forse nasce da un antico gioco indiano, caturanga , nel VI secolo d.C. Forse, perché qualcuno ritiene che la culla degli scacchi possa essere stata, anziché l'India, la Cina dove l'analogo gioco di abilità detto siang-ki si svolgeva su un centinaio di case.
Prima, nei D iscorsi del Buddha in lingua pàli (Vsec. a.C.) ci sono accenni al campo di 64 case per giochi collegati all'uso dei dadi. In Europa occidentale la prima testimonianza sicura è il testamento, nel 1008, del conte Ermengardo di Urgel che lascia alla chiesa di Seu, in Catalogna, il suo gioco di scacchi.

Dante Alighieri (1265-1321) cita gli scacchi nel Paradiso, al canto XXVIII, 91:
L'incendio suo seguiva ogni scintilla
Ed eran tante, che 'l numero loro
Più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.
Ogni scintilla, e qui si parla di angeli numerosi come scintille, girano nel cerchio sfavillante. Il numero oltre le migliaia, più grande della progressiva duplicazione degli scacchi. Si allude alla leggenda secondo la quale l'inventore degli scacchi avrebbe chiesto al re di Persia tanti chicchi di grano quanti ne risultassero ponendo un chicco nella prima casella della scacchiera, due nella seconda, quattro nella terza e così via raddoppiando per ognuna delle 64 caselle e raggiungendo un numero enorme, troppo grande, troppo grano anche per il re.

Nella trecentesca Tavola Rotonda, Tristano gioca a scacchi con Isotta.
Nota è la commedia in versi di argomento medievale Una partita a scacchi di Giuseppe Giacosa, commediografo nato a Colleretto Giacosa (TO) nel 1847.

Patrick Suskind (1949), scrittore della nevrosi, degli avvitamenti mentali intorno a un'inezia destinata a diventare una catastrofe - in La sfida , nel libro Ossessioni, parla di Jean, un pensionato parigino ossessionato dagli scacchi, divorato dall'ansia sui tavolini del Jardin du Luxembourg, un'ansia inesauribile: perché si è perso, come si è vinto. Perché chi si tormenta sa dell'importanza di uscire bene, di vincere bene; il dubbio di non uscire in bellezza tormenterebbe ancor più di una sconfitta.

Edgar Allan Poe (1809-1849), cerca di smontare l'enigma del Giocatore di scacchi di Maelzel , un Automa, un'invenzione straordinaria, forse "un puro congegno meccanico" che effettua le sue mosse senza alcun intervento umano, su calcoli algebrici fissi e determinati: a certi dati seguono certi risultati, con movimenti regolari, progressivi e diretti verso la soluzione voluta. Ma qui non esiste una progressione determinata: negli scacchi nessuna mossa segue necessariamente a un'altra. È impossibile predire in questo gioco. L'Automa, un turco, è seduto dietro un mobile, una cassapanca: Maelzel spiega, apre cassetti, fa vedere ingranaggi: niente trucchi e niente inganni. L'Automa vince contro giocatori casuali del pubblico, nel silenzio assoluto solo un rumore di ferraglia, di meccanismi meccanici in funzione. Fantasiose e anche macabre le possibilità di soluzione del mistero.
Fin troppo simbolico il significato della partita a scacchi giocata in Il settimo sigillo, film di Ingmar Bergman.. L'avversario del cavaliere Antonius Blok, coscienza infelice ma in ricerca del significato della vita - è la morte stessa, abile giocatrice che sa attendere perché sicura della vittoria.

Giuseppe Pontiggia (1934-2003), il grande Pontiggia parla del gioco degli scacchi in diversi saggi, anche nel romanzo Il giocatore invisibile. Il romanzo parte da una lettera anonima che commenta l'articolo di un insegnante di lettere, argomenta in modo diverso l'etimologia di una parola, facendo nascere nel professore dubbi non solo sulla sua erudizione ma anche sulla sua vita e sul suo senso. La vita che è un sapersi adeguare alle mosse dell'avversario, il destino, il domani o che, col rischio di costruirsi dei presupposti che a un certo punto vengono svelati, scalzati, rovesciati, magari troppo tardi per poter fare ancora una mossa. Al professore piace rifare le partite degli altri, per comodità, per arroccamento e difesa. Finisce male la partita, ma per l'autore della lettera anonima. Forse aveva poche mosse a disposizione o non abbastanza capacità strategiche o aveva lasciato troppo spazio all'avversario. O non voleva perdere.

(ed)

 

Ultimo aggiornamento: 22/08/2011


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