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a cura di Emma Dovano

10/12/09 - SARDEGNA DA LEGGERE
Lo scongiuro del male, il potere, il destino.

Scoprire il cuore di un'isola nell'isola, la Barbagia, attraverso le storie di alcuni scrittori che l'hanno raccontata senza prima lavare le parole dalle tragedie che spesso hanno accompagnato la vita e la storia della gente di questo angolo di Sardegna.

I riferimenti qui esposti sono pensati per le opere di narrativa che ho letto, anch'io sardo; e la bibliografia è quella della mia biblioteca: scorrere e assaporare libri e cercare collegamenti e legami può essere un buon esercizio anche per chi ci legge.

Spiagge bianche, mare cristallino, cibo semplice e sano. Sono questi gli elementi più conosciuti della Sardegna, soprattutto da chi passa le vacanze nelle sue coste. Tali aspetti sono i più immediati, piacevoli e di facile attrazione per nuovi e vecchi visitatori che costantemente arrivano d'estate sull'isola. Tra loro sono in aumento quelli che vanno scoprendo un nuovo approccio vacanziero spostandosi dalle coste verso l'interno spinti dalla curiosità verso la cosiddetta "vera Sardegna". Attratti in primo luogo da un territorio integro, aspro e incontaminato dove gli uomini hanno stabilito un patto con il circostante che serve a preservare l'esistenza silenziosa e immutevole dell'uno rispetto all'altro. Una curiosità che poi riguarda anche le vicende umane dei suoi abitanti narrate nel corso del tempo da testimoni diretti o da racconti di molti scrittori che hanno fatto conoscere i delicati equilibri che regolano la coesistenza tra le comunità, piccole e grandi, sempre all'interno di un codice di regole iscritte nel tessuto sociale del vivere, giorno dopo giorno.
Valori come la profonda e sincera amicizia di cui sono capaci i barbaricini sono contrapposti ai fatti di sangue e vendetta che purtroppo, in più occasioni, hanno portato l'interesse della cronaca su questo territorio. Tra gli scrittori contemporanei che hanno voluto e saputo raccontare, ispirati anche da queste vicende, si parla di:


La leggenda di Redenta Tiria La vedova scalza Ritorno a Baràule Il pane di Abele

Salvatore Niffoi, barbaricino, è nato a Orani (nel 1950) dove tuttora vive. In tutte le sue opere ho trovato lo stesso filo conduttore che è quello di un continuo tentativo di esorcizzare il male di cui gli uomini sono ben capaci quanto sentono vacillare successo, timore, rispetto o addirittura riverenza -conquistati e pretesi talvolta con il potere e la sopraffazione. Niffoi fa questo tentativo di scongiuro del male usando l'esercizio della parola, scrivendoci sopra. Il suo è un linguaggio forte e i suoi personaggi lo sono anche, e non temono alcuna censura: l'utilizzo della lingua sarda da parte dello scrittore, poi, è efficace per rappresentare al meglio le cose, descrivere e lasciar parlare le persone, le loro esclamazioni. In modo particolare colpisce la sua smisurata capacità descrittiva per cui riesce a creare immagini reali a tal punto che il lettore viene portato direttamente sui luoghi descritti ad assistere in prima persona alle vicende narrate e riesce a far percepire l'odore della natura, esempio di perfezione e bellezza, contrapposte ai drammi che invece stanno per consumarsi oppure sono già avvenuti. Tutto il mondo di personaggi che abitano la sua virtuale Barbagia, da quelli incontrati da Redenta Tiria a Mintonia Savuccu, Carmine Pullana, Nineddu, Bachis sino a Zosimo per citare alcuni tra i protagonisti: per ciascuno di essi ha narrato di una vita sempre in "direzione ostinata e contraria" come tutta la serie di diseredati a cui ha dato voce nelle sue opere Fabrizio de Andrè. Là dove il destino non risparmia nulla ai figli di questa "terra che non ride", come Niffoi definisce la Sardegna, la Barbagia potremmo virtualmente chiamarla anche nuova Spoon River. Nell'autore troviamo una voce che comunque non grida vendetta ma lascia spazio al perdono, alla dignità e alla moralità di un popolo, valori che ne hanno sempre fatto un caposaldo della propria storia.

Salvatore Niffoi
Il viaggio degli inganni, Il Maestrale, 1999
La sesta ora, Il Maestrale, 2003
La leggenda di Redenta Tiria, Adelphi, 2005
La vedova scalza, Adelphi, 2006
Ritorno a Baràule, Adelphi, 2007
Il pane di Abele, Adelphi, 2009


Il giorno del giudizioSempre sui rapporti e sulle gerarchie della società nuorese ho visto l'interesse di un altro autore, Salvatore Satta (1902-1975) che nella sua opera Il giorno del giudizio ci presenta uno spaccato della vita di questa città all'inizio del Novecento in una Nuoro avvolta nel freddo pungente e nella netta divisione e separazione dei suoi abitanti in rioni che ne dettano l'appartenenza. Viene raccontato ed evidenziato il potere indiscusso di alcune famiglie nobili che possiedono le terre e la vita di chi le coltiva. In modo approfondito viene resa nota la storia di Don Sebastiano Sanna e della sua innata dedizione al lavoro di notaio, un esempio di carriera costruita con intuito e degna di essere trasmessa ai figli per i quali pensa che, per la privilegiata posizione sociale e con la mira diretta all'esempio del padre, sia la normale strada da seguire nell'affermazione sociale e personale.
L'autore fa un viaggio nella sua memoria per incontrare e dare voce agli abitanti di San Pietro, Sèuna, Santa Maria. Attraverso questa ricerca tenta di liberare tutti questi personaggi, ormai morti, dal peso di essere stati vivi. Dice: "In questo remotissimo angolo del mondo, da tutti ignorato fuori che da me, sento che la pace dei morti non esiste, che i morti sono sciolti da tutti i problemi, meno che da uno, quello di essere stati vivi". Inizia così un viaggio nella vita misera di un variegato mondo di abitanti della città, dai frequentatori del bar Tettamanzi, nella scuola e nella campagna. Per ognuno di essi potrebbe valere il giudizio del nobile Don Sebastiano "Tu stai al mondo soltanto perché c'è posto" frase che spesso rivolgeva a sua moglie donna Vicenza, feroce e cruda considerazione dell'inutilità della sua figura, della sua presenza tra le mura domestiche e come esempio per i figli.

Salvatore Satta,
Il giorno del giudizio, Adelphi, 1990


Accabadora Altro argomento trattato da Michela Murgia (Cabras 1972) nel suo romanzo Accabadora, ambientato in un mondo antico -anche se siamo nel Cinquanta- è la figura di colei che finisce, questa è la traduzione del termine 'accabadora'. Il compito di colui/colei che porta a termine è quello di aiutare il compiersi del destino finale per chi risulta intrappolato, sospeso tra la vita e la morte. Dell'argomento, della questione etica -delicata- l'autrice non fa cenno. Presenta la figura di Tzia Bonaria e del suo ruolo nella comunità dove non viene scambiata per un'assassina ma, al contrario, come colei che compie un gesto amorevole e di umana pietà; il suo agire è nascosto, va a eseguire il suo compito di notte, lei, sola, nella stanza del moribondo. Tzia Bonaria non è madre, ma prende a vivere con sé Maria, una bambina che non può crescere con la sua famiglia di origine, ma con la quale, peraltro, manterrà i rapporti. Maria cresce all'ombra del segreto di Tzia Bonaria, intuisce dove portano le uscite notturne della madre acquisita. Quando tutto le è chiaro la reazione è terribile: non può comprendere l'azione di una madre portatrice di vita che diventa una figura che fa da intermediaria tra il malato e la morte, decide allora di andare via da casa e da quell'angolo di mondo arcaico attraversa il mare e arriva a Torino. Nella metropoli lontana prende servizio presso una ricca famiglia che vive in una bella casa del centro città a pochi passi dal parco del Valentino. La distanza e il vuoto che si viene a creare nel tempo tra le due donne verrà colmato quando dalla Sardegna arriva la notizia che Tzia Bonaria è ricoverata in ospedale, ora è lei in fin di vita. Maria decide di tornare per provare a chiarire a se stessa se ancora ci sia una possibilità di riallacciare i rapporti con chi pensava l'avesse tradita. Ora, prima della morte, è suo compito tentare di alleviare la sofferenza della madre Bonaria, che porta su di sé il rancore doloroso del fratello di un defunto aiutato da lei nel trapasso. L'incontro sarà decisivo prima che anche per Tzia Bonaria il destino si compia.

Michela Murgia
Accabadora, Einaudi, 2009


Le storie evidenziate in questi racconti, terribili quanto misteriose, scavano in un terreno intriso di sangue e respirano aria che mescola ossigeno puro a odore di vendetta ma che non ci fanno pensare che questi siano i soli temi che rappresentano una società, e non è nelle intenzioni degli autori. Con l'approfondimento e la riflessione a cui ci porta questa letteratura impariamo a conoscere un aspetto negativo della Sardegna però le storie raccontate ci spingono in modo determinato a rifiutare l'idea della violenza come risoluzione di questioni e problemi e l'insegnamento che ne deriverà sarà quello di assumere responsabilità a titolo personale e quindi collettivo che altro non mira se non a una pace interiore , che poi diventa eco nell'ambiente in cui si vive e che è un serio impegno renderla duratura. In aiuto, e non è cosa da poco, viene incontro la bellezza della natura che abita tutta l'isola: basterebbe uno sguardo attento per capire quale fortuna si ha tra le mani per sentirsi più leggeri. Non solo tragedie questa barbagia: se si solletica ogni tanto questa terra, di sole, mare, natura e valori profondi delle persone si troveranno motivi per star bene e in pace, per sorridere e magari finalmente provocare una felice lunga risata.

(Giovanni Demontis)


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Ultimo aggiornamento: 22/08/2011


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