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a cura di Emma Dovano

21/06/06 - UNA SERATA AL CINEMA

Una serata al cinema

L'Unione Italiana Ciechi di Torino a partire dal 2000 ha offerto al pubblico cittadino una serie di film con l'iniziativa "Una serata al cinema": l'intendimento è quello di stimolare l'attenzione e la riflessione su temi legati alla cecità.
Ora un libro per conoscere la realtà dei ciechi da parte di tutti gli altri: per parecchi mesi un gruppo di non vedenti ha ricercato ed esaminato circa duecento film e ha scelto quelli che rappresentano meglio la condizione di chi non vede.
Fabio Levi, nella sua parte iniziale, molto interessante, parla dei criteri che hanno portato alla scelta dei film, della possibilità che questa importante antologia possa aiutare chi vede a considerare i ciechi non persone incapaci o casomai dei sensitivi o dei supereroi.
Che, pur senza diminuire la portata delle difficoltà ma rispettando "la sensibilità e le esigenze specifiche, attraverso uno sforzo di adattamento e di conoscenza" i problemi di chi non vede sono a misura umana, sono risolvibili.
E poi il non vedere, come per altri non avere non impedisce di fare esperienze, di avere una vita piena come chi vede e ha. È solo un modo diverso, un' altra modalità, il contenuto è lo stesso.
Noi siamo abituati ad affidarci alla vista: c'è anche la realtà fatta di consistenze sonore, tattili, odorose, di qualità che si concertano nello spazio progettando un nuovo spazio.
I film. Nel libro ne sono segnalati 112: contrassegnati con due asterischi quelli in cui "l'handicap visivo viene rappresentato in modo coerente alla realtà quotidiana; con un asterisco dove il cieco ha un ruolo minore e di solito più vicino ai consueti stereotipi" (Irene Gentile).
Mi colpisce tra tutti Istantanee (Proof il titolo originale)girato in Australia nel 1991, regista Jocelyn Moorhouse.
Martin, il protagonista, è un fotografo accanito: il paradosso è che è cieco.
Pensa che la madre gli parli del mondo in modo distorto, sfiducia che lo porta all'esitazione, allo sconforto, alla diffidenza affettiva, al tentennamento psicologico.
Martin cerca un segno dell'immagine del mondo, una prova di cui fidarsi: l'occhio, quello fisico, l'organo della vista che non può ingannare.
Allora scatta fotografie e se le fa descrivere, si annota le descrizioni in braille, le classifica e ri-fotografa fino al maniacale.
Funziona per un po', poi di nuovo dubbi che tutti quelli che vedono, tutti stiano mentendo.
Spicca il vedere/non vedere dei thriller; il visibile e l'invisibile per tutti sostanza delle cose, oltre la banalità della prima cosa, della prima impressione, del primo sguardo; la difficoltà nei rapporti tra persone, famigliari, amici, amanti, difficoltà uguali per chi vede e chi non vede.
Esitazioni, desideri medesimi, i famosi occhi della mente che apriamo ogni tanto, quando la pigrizia non ci attacca e se la voglia di andare oltre genera almeno curiosità, sollecitata magari da film intelligenti, che appassionano, che vanno oltre il primo interesse. Non vedo perché.

(ed)

Irene Gentile Abbattista, Barbara Lanati, Federica Martini, Non vedo perché, 2003, Milano, Giorgio Mondadori, pagine 168, € 17

 

Ultimo aggiornamento: 22/08/2011


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