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a cura di Emma Dovano

26/06/07 - I RUDUN

Vita d'alpeggio

Sono un vanto per ogni margaro, per ogni pastore, oltre che per ogni mucca che li indossa. Sono i campanacci disegnati, colorati, infiocchettati, portati al collo con orgoglio; segnalano a distanza l'arrivo della mandria o del gregge, insieme ai muggiti, ai belati, ai richiami degli uomini, all'abbaiare dei cani. Sono i suoni della transumanza: a piedi, lungo le strade e i sentieri, brevi tratti o tanti chilometri, anche molte ore di marcia per raggiungere i pascoli, la montagna -come comunemente si chiama il territorio di alpeggio.
I rudun suonano imperiosi e a tutti "viene la pelle d'oca, viene voglia di partire" dice Andrea di Campiglione, Val Maira. E' un suono che dà una sensazione che non si può spiegare "li mettiamo anche perché così le bestie camminano di più", un incitamento, un ritmo a cui rispondere con un passo cadenzato e brioso, quasi festoso.
"Le vacche vengono su veloci, come se sapessero che vanno a trovare l'erba buona. Quando iniziamo a mettere i rudun , c'è sempre una vacca che viene vicino, come a chiedere che gliene attacchiamo uno. Vuol dire che non dispiace neanche a loro" (Bruno, dell'Alpe Seirasso).
La data tradizionale per la salita in alpeggio è il 24 giugno, san Giovanni: salgono le mucche, le capre e le pecore con i marghè dai borghi dei villaggi alpini e dalla pianura, anche da cento chilometri di distanza dalla montagna.
Pastori e animali si sistemano in insediamenti molto vari: baite, miande, grange, maire, bergerie, tramut. Il tramut è una delle tappe nei percorsi degli alpeggi, soprattutto se lo spostamento avviene a piedi, in pascoli raggiunti a più riprese, gradatamente fino all'alpeggio principale.
Il furest è il pascolo "di casa", di proprietà, raggiungibile e fruibile pure in inverno, dove si può anche stoccare il foraggio. Tutte baite e insediamenti dove si trova appeso fuori della porta il bastone, la cana di legno, il "terzo punto di appoggio" per i sentieri di montagna, l'attrezzo che si usa agitare per indurre le mucche a cambiare direzione, per far barriera in alcune circostanze. E dentro ogni baita lo scagn a tre gambe, il sedile per mungere mattina e sera, oppure a una gamba sola per la mungitura all'aperto, magari su un pendio, da conficcare nel terreno.
"Vita d'alpeggio" è un libro bellissimo. Racconta la passione per la montagna e il lavoro che più la impersona, con la sua bellezza e la sua solitudine, con il gusto e la fatica.
L'anima che si sente dentro il libro è quella dei margari e dei pastori: sono loro a raccontare la loro vita, il lavoro con gli animali e la preparazione dei formaggi, ma "non sono più 'gli ultimi', i 'vinti', che accettano passivamente un destino di oblio che li vuole cancellare. (.) Non ci si vergogna più nell'affermare di essere un margaro o un pastore. Non vogliono scomparire, intendono andare avanti"- come si legge nell'introduzione.

Marzia Verona, l'autrice, ha vagabondato per tre anni in tutte le vallate delle province di Cuneo e di Torino, ha conosciuto il mondo schietto della montagna, negli incontri si è appassionata almeno quanto chi aveva davanti, si sente dall'attenzione, dalla precisione e dal rispetto che si coglie nei racconti.
Assolutamente da leggere.
Andando in montagna in Val di Tanaro, nel Canavese, in Valle Pellice o in Valle Po - da giugno fino a settembre - potremmo incontrare qualche margaro o qualche pastore, uno dei numerosissimi fotografati, che fanno da perfetto corredo al testo, o essere guardati dai grandi occhi di Mirca, Africa, Fioca, Alba, Musca, dal mantello pezzato rosso o mogano o tutto bianco, quello della razza piemontese. O magari spaventati da Lampo che fa il suo mestiere: controllare gli animali ai fianchi e proteggerli dagli intrusi.

(ed)

Marzia Verona, Vita d'alpeggio, Blu Edizioni, Torino, 2006, pagine 288, € 16

 

Ultimo aggiornamento: 22/08/2011


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