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il lavoro di questi anni > Peer Education. Prime riflessioni di Daniela e Roberta Gandini

Realizzazione del progetto formazione degli insegnanti

Un po' di storia....

Negli anni precedenti al 2000, noi insegnanti delle scuole medie superiori che ci occupavamo di educazione alla salute, avevamo promosso varie iniziative nell'ambito della prevenzione al disagio giovanile, o in campo sanitario con l'educazione sessuale e la prevenzione alle malattie. Spesso ci eravamo avvalsi di esperti: psicologi, ostetriche, ginecologi, appoggiandoci alla ASSL della nostra zona. Gli esperti venivano, facevano la loro conferenza di due ore per classe, talvolta era un corso strutturato di quattro ore organizzate in due lezioni. Gli interventi erano seguiti con interesse dai ragazzi, che facevano domande, esprimevano i loro dubbi e le loro curiosità in materia. L'iniziativa si chiudeva così e veniva presto dimenticata. Si aveva l'impressione che queste attività estemporanee non incidessero più di tanto sul comportamento dei ragazzi. Si avvertiva la necessità di un'alternativa più efficace, che fosse più vicina alle loro reali esigenze, al loro mondo di adolescenti.
Non sapevamo però in che direzione muoverci. Si era anche provato - a dire la verità eravamo stati costretti per mancanza di fondi - a sostituire gli interventi degli esperti, una volta forniti gratuitamente dall'ASSL (anche l'ASSL non dava più questa opportunità) con il lavoro volontario degli insegnanti.

Ci eravamo così ritrovati ad organizzare e gestire noi queste attività. Il fatto di essere noi docenti i protagonisti di questi interventi, presentava vantaggi e svantaggi.
I vantaggi erano dovuti al fatto che i ragazzi avevano con noi un rapporto più confidenziale che con degli estranei; noi li conoscevamo meglio, in un certo modo era più facile entrare in sintonia con loro.

Gli svantaggi erano dovuti al fatto che noi eravamo sempre ``i loro insegnanti'', con tutte le conseguenze che questo comporta; eravamo meno credibili in materia di educazione sanitaria di quanto potesse essere un medico o un'ostetrica e non rappresentavamo per loro ``il mondo dei pari'', mondo in cui aprirsi e confidarsi completamente senza remore.

Con tutte le nostre perplessità, non trovando alternative più valide, si andava avanti, anno dopo anno, con queste modalità.

Nell'autunno del 2000 giunge alle scuole l'offerta di un corso di aggiornamento, organizzato dal Ce.Se.Di, sulla Peer Education e le malattie sessualmente trasmissibili. Noi non l'avevamo mai sentita nominare, ma sembrava andare nella direzione di una nuova metodologia di educazione alla salute; inoltre, per essere sinceri, uno degli aspetti allettanti di questa offerta, era che non si richiedeva alla scuola nessun costo aggiuntivo. Ci siamo buttati in questa avventura, più per curiosità che per convinzione, iscrivendoci al corso.

Ricordiamo il primo giorno: ci siamo ritrovati in un gruppo di persone sconosciute, insegnanti di scuole e materie diverse, tutti spinti dagli stessi intenti, come abbiamo capito dopo.

Il nostro relatore, il dott. Ancona, ci ha subito chiesto di esprimere attraverso il gioco del Metaplan quali fossero le motivazioni per le quali ci trovavamo lì e quali fossero le nostre aspettative. Questa attività è stata l'occasione per iniziare una discussione collettiva e partecipata.

Dobbiamo dire che dopo la prima lezione alcuni di noi, uscendo, si sono guardati perplessi: dove si voleva arrivare? Non riuscivamo a capire in che direzione volesse portarci il nostro relatore e, ancora di più, al di là della piacevolezza delle ore trascorse, che significato avesse tutto questo e a che cosa potesse servire. Ci rassicurava la presenza di Edi Bruna, referente del Ce.Se.Di. e organizzatrice del corso, che avevamo già avuto modo di apprezzare in occasioni precedenti.
Nelle lezioni successive le nostre idee in merito, invece di chiarirsi, sono diventate ancora più confuse: in alcuni momenti si esaminavano spezzoni di film, dopo aver visto i quali ci veniva richiesto quali impressioni ci avevano suscitato, che cosa ne pensassimo, che cosa avremmo fatto nella stessa situazione; in altri momenti ci facevano partecipare a giochi di ruolo sulla vita di classe, costruendo scenette che venivano riprese con la videocamera, riviste e commentate. Dalla discussione che seguiva emergevano mille idee diverse; dal pensiero di uno di noi, scaturiva la considerazione di un altro, e così sembrava dipanarsi un lungo gomitolo.
Anche se le nostre perplessità sull'utilità del corso continuavano, questi pomeriggi ci sembravano estremamente piacevoli e stimolanti. Si avvertiva che in noi si stava producendo un cambiamento: stavamo creando un gruppo. Da un insieme di persone sconosciute tra di loro, come eravamo all'inizio, si stava delineando una serie di individualità, ciascuna con le sue caratteristiche. Cominciavamo ad affiatarci tra di noi e con il nostro relatore, Mario, che si rivelava sempre di più, una persona abile e competente. Questo di per sé ci sembrò già un bel risultato. Il corso diventava via via più interessante perché ad ogni lezione si aprivano spiragli imprevisti e graditi, ma restava l'interrogativo del significato ultimo di questo lavoro.

La risposta venne strada facendo, o meglio, a mano a mano che si andava avanti, si delineava sempre di più il profilo della nostra attività ed il suo significato ci appariva più chiaro. Quando un gruppo di persone, che siano alunni o insegnanti, si trova a lavorare per un progetto comune, il presupposto iniziale indispensabile perché abbia successo ciò che si sta facendo, è che si crei ``il gruppo'': il gruppo è qualcosa di più di un insieme di individui e non sempre e non necessariamente si crea; può anche non formarsi perché non vi è sintonia.

A questa conclusione siamo arrivati giocando e sperimentando. Solo nelle lezioni successive ci sono state date informazioni teoriche sulle dinamiche di gruppo, l'evoluzione e tipologie dei gruppi, sui ruoli che ognuno di noi si crea all'interno di essi.
Con il susseguirsi dei nostri incontri pomeridiani ci apparve chiaro che anche quelli che all'inizio ci erano stati proposti come giochi, apparentemente fine a se stessi, erano in realtà metodologie, che si potevano proporre, ripetere, variare cambiandone i contenuti, con i ragazzi in classe.

Noi stessi eravamo stati oggetti inconsapevoli della peer education, in quanto ci eravamo arricchiti, eravamo cresciuti, avevamo acquisito tecniche e strumenti ''giocando'' e imparando gli uni dagli altri.

Alla fine di questa prima serie di incontri, prima dell'estate tutti eravamo entusiasti e convinti. Dopo esserci iscritti con l'idea di andare a sentire una serie di lezioni teoriche e strutturate, ci trovavamo ora un nuovo bagaglio di strumenti stimolanti e alternativi alla lezione frontale, da applicare in classe, dei quali ci eravamo impadroniti senza rendercene conto.

Si trattava ora di applicare nelle nostre scuole tutto ciò che avevamo imparato sulla peer education, individuando gli studenti adatti a diventare peer educator, istruendoli sulle modalità di contagio dell'AIDS e sulla prevenzione alla malattia, formandoli e infine seguendoli durante gli interventi sulle classi.

I risultati di questa prima esperienza a scuola sono stati molto positivi, superiori alle aspettative; i ragazzi hanno risposto con entusiasmo e fantasia a questo esperimento per loro del tutto nuovo.

Durante l'ultimo incontro tra docenti prima dell'estate si pose il problema di come dare vita ad un progetto vero e proprio che fosse comune a tutte le scuole. Era ancora necessario che ci trovassimo quattro o cinque volte per elaborare il progetto. Mario propose, timidamente all'inizio, di lavorare due o tre giorni full immersion da qualche parte, in quanto in questo modo tutti, forse in modo più agevole, avrebbero partecipato e si sarebbe consolidato il gruppo. La proposta aveva trovato tutti noi entusiasti e la nostra Edi Bruna aveva immediatamente risolto i problemi di carattere organizzativo: si poteva andare a Pra Catinat.

L'entusiasmo di noi insegnanti nell'accogliere la proposta di andare a Pra Catinat fece sorgere la domanda, legittima per altro, di come avessimo vissuto il corso fino a quel momento: ciò che era stato detto o pensato solo tra pochi amici, venne chiaramente esplicitato. Le perplessità che erano state solo di alcuni diventarono di tutti e discutendo insieme sul perché tutti noi le avessimo avute emerse che la modalità del corso fatto per tre ore ogni quindici giorni non permetteva di cogliere il significato di ciò che si stava facendo. Forse se il corso fosse stato più concentrato avremmo risposto prima alle nostre mille domande.

Edi Bruna ha ascoltato con interesse le nostre analisi e per l'anno scolastico successivo, il 2001/2002, ha organizzato in contemporanea a Pra Catinat i corsi di primo livello, per i nuovi docenti, e di secondo livello, per noi ``vecchi'', per dar modo ai nuovi arrivati di scambiare le esperienze con gli altri.

Il soggiorno a Pra Catinat ha segnato una svolta decisiva per l'attività di peer education in quanto, essendo un corso intensivo e non diluito nel tempo, ha rafforzato i legami tra i componenti del gruppo. Vivere insieme condividendo anche gli aspetti della vita quotidiana come il pranzo, la cena e i momenti di pausa e lavorare intensamente dalla sveglia all'ora di andare a dormire, ha permesso di creare un rapporto di amicizia e di far cadere le barriere di una conoscenza formale. Il lavoro è stato quindi molto più veloce e ci ha permesso di raggiungere in tempi brevi gli obiettivi che ci eravamo prefissi. Il nuovo gruppo di docenti è riuscito ad amalgamarsi al gruppo dei ``vecchi'' senza difficoltà ed è riuscito ad assimilare lo spirito della peer education in pochi giorni a differenza di quanto era successo a noi che avevamo avuto bisogno di alcuni mesi.

L'obiettivo finale del soggiorno era quello di elaborare un progetto comune a tutte le scuole che avesse i requisiti per poter essere applicato in qualsiasi realtà scolastica.
La prima fase del lavoro ci ha visti impegnati nell'approfondimento di tecniche di comunicazione attraverso giochi di conoscenza, di ruolo e discussioni. Siamo stati coinvolti anche a partecipare a giochi di espressione corporea, con l'obiettivo di abbattere le difese che ognuno di noi si crea quando interagisce con gli altri. Questa fase aveva lo scopo di amalgamare docenti vecchi e nuovi e di consolidare una modalità di lavoro caratterizzata dalla disponibilità ad accettare le idee degli altri.
Durante la seconda fase ci siamo soffermati a riflettere sul cammino percorso da ciascuno di noi all'interno delle singole scuole: ognuno ha raccontato la propria esperienza analizzando le difficoltà incontrate e i punti di forza di ciò che aveva realizzato.

Finalmente nella terza fase si è passati alla costruzione del progetto utilizzando le esperienze positive e negative emerse in ogni realtà scolastica.
Il gruppo ormai si era rafforzato e era in grado di vivere di vita propria: per il solo desiderio di lavorare insieme tutti noi eravamo disposti ad inventarci nuove occasioni di incontro; il lavoro così si autoalimentava con creatività. È con questo spirito che è nata la giornata di formazione sui giochi da proporre ai ragazzi, giochi che hanno coinvolto e divertito, nonostante il caldo e la fatica di fine anno (era il 16 giugno!), non solo i docenti ma anche i relatori che si sono lasciati trascinare dall'entusiasmo.

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