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Realizzazione del progetto formazione
degli insegnanti
Un po' di storia....
Negli anni precedenti al 2000, noi insegnanti delle scuole medie
superiori che ci occupavamo di educazione alla salute, avevamo promosso
varie iniziative nell'ambito della prevenzione al disagio giovanile,
o in campo sanitario con l'educazione sessuale e la prevenzione
alle malattie. Spesso ci eravamo avvalsi di esperti: psicologi,
ostetriche, ginecologi, appoggiandoci alla ASSL della nostra zona.
Gli esperti venivano, facevano la loro conferenza di due ore per
classe, talvolta era un corso strutturato di quattro ore organizzate
in due lezioni. Gli interventi erano seguiti con interesse dai ragazzi,
che facevano domande, esprimevano i loro dubbi e le loro curiosità
in materia. L'iniziativa si chiudeva così e veniva presto
dimenticata. Si aveva l'impressione che queste attività estemporanee
non incidessero più di tanto sul comportamento dei ragazzi.
Si avvertiva la necessità di un'alternativa più efficace,
che fosse più vicina alle loro reali esigenze, al loro mondo
di adolescenti.
Non sapevamo però in che direzione muoverci. Si era anche
provato - a dire la verità eravamo stati costretti per mancanza
di fondi - a sostituire gli interventi degli esperti, una volta
forniti gratuitamente dall'ASSL (anche l'ASSL non dava più
questa opportunità) con il lavoro volontario degli insegnanti.
Ci eravamo così ritrovati ad organizzare e gestire noi queste
attività. Il fatto di essere noi docenti i protagonisti di
questi interventi, presentava vantaggi e svantaggi.
I vantaggi erano dovuti al fatto che i ragazzi avevano con noi un
rapporto più confidenziale che con degli estranei; noi li
conoscevamo meglio, in un certo modo era più facile entrare
in sintonia con loro.
Gli svantaggi erano dovuti al fatto che noi eravamo sempre ``i
loro insegnanti'', con tutte le conseguenze che questo comporta;
eravamo meno credibili in materia di educazione sanitaria di quanto
potesse essere un medico o un'ostetrica e non rappresentavamo per
loro ``il mondo dei pari'', mondo in cui aprirsi e confidarsi completamente
senza remore.
Con tutte le nostre perplessità, non trovando alternative
più valide, si andava avanti, anno dopo anno, con queste
modalità.
Nell'autunno del 2000 giunge alle scuole l'offerta di un corso
di aggiornamento, organizzato dal Ce.Se.Di, sulla Peer Education
e le malattie sessualmente trasmissibili. Noi non l'avevamo mai
sentita nominare, ma sembrava andare nella direzione di una nuova
metodologia di educazione alla salute; inoltre, per essere sinceri,
uno degli aspetti allettanti di questa offerta, era che non si richiedeva
alla scuola nessun costo aggiuntivo. Ci siamo buttati in questa
avventura, più per curiosità che per convinzione,
iscrivendoci al corso.
Ricordiamo il primo giorno: ci siamo ritrovati in un gruppo di
persone sconosciute, insegnanti di scuole e materie diverse, tutti
spinti dagli stessi intenti, come abbiamo capito dopo.
Il nostro relatore, il dott. Ancona, ci ha subito chiesto di esprimere
attraverso il gioco del Metaplan quali fossero le motivazioni per
le quali ci trovavamo lì e quali fossero le nostre aspettative.
Questa attività è stata l'occasione per iniziare una
discussione collettiva e partecipata.
Dobbiamo dire che dopo la prima lezione alcuni di noi, uscendo,
si sono guardati perplessi: dove si voleva arrivare? Non riuscivamo
a capire in che direzione volesse portarci il nostro relatore e,
ancora di più, al di là della piacevolezza delle ore
trascorse, che significato avesse tutto questo e a che cosa potesse
servire. Ci rassicurava la presenza di Edi Bruna, referente del
Ce.Se.Di. e organizzatrice del corso, che avevamo già avuto
modo di apprezzare in occasioni precedenti.
Nelle lezioni successive le nostre idee in merito, invece di chiarirsi,
sono diventate ancora più confuse: in alcuni momenti si esaminavano
spezzoni di film, dopo aver visto i quali ci veniva richiesto quali
impressioni ci avevano suscitato, che cosa ne pensassimo, che cosa
avremmo fatto nella stessa situazione; in altri momenti ci facevano
partecipare a giochi di ruolo sulla vita di classe, costruendo scenette
che venivano riprese con la videocamera, riviste e commentate. Dalla
discussione che seguiva emergevano mille idee diverse; dal pensiero
di uno di noi, scaturiva la considerazione di un altro, e così
sembrava dipanarsi un lungo gomitolo.
Anche se le nostre perplessità sull'utilità del corso
continuavano, questi pomeriggi ci sembravano estremamente piacevoli
e stimolanti. Si avvertiva che in noi si stava producendo un cambiamento:
stavamo creando un gruppo. Da un insieme di persone sconosciute
tra di loro, come eravamo all'inizio, si stava delineando una serie
di individualità, ciascuna con le sue caratteristiche. Cominciavamo
ad affiatarci tra di noi e con il nostro relatore, Mario, che si
rivelava sempre di più, una persona abile e competente. Questo
di per sé ci sembrò già un bel risultato. Il
corso diventava via via più interessante perché ad
ogni lezione si aprivano spiragli imprevisti e graditi, ma restava
l'interrogativo del significato ultimo di questo lavoro.
La risposta venne strada facendo, o meglio, a mano a mano che si
andava avanti, si delineava sempre di più il profilo della
nostra attività ed il suo significato ci appariva più
chiaro. Quando un gruppo di persone, che siano alunni o insegnanti,
si trova a lavorare per un progetto comune, il presupposto iniziale
indispensabile perché abbia successo ciò che si sta
facendo, è che si crei ``il gruppo'': il gruppo è
qualcosa di più di un insieme di individui e non sempre e
non necessariamente si crea; può anche non formarsi perché
non vi è sintonia.
A questa conclusione siamo arrivati giocando e sperimentando. Solo
nelle lezioni successive ci sono state date informazioni teoriche
sulle dinamiche di gruppo, l'evoluzione e tipologie dei gruppi,
sui ruoli che ognuno di noi si crea all'interno di essi.
Con il susseguirsi dei nostri incontri pomeridiani ci apparve chiaro
che anche quelli che all'inizio ci erano stati proposti come giochi,
apparentemente fine a se stessi, erano in realtà metodologie,
che si potevano proporre, ripetere, variare cambiandone i contenuti,
con i ragazzi in classe.
Noi stessi eravamo stati oggetti inconsapevoli della peer education,
in quanto ci eravamo arricchiti, eravamo cresciuti, avevamo acquisito
tecniche e strumenti ''giocando'' e imparando gli uni dagli altri.
Alla fine di questa prima serie di incontri, prima dell'estate
tutti eravamo entusiasti e convinti. Dopo esserci iscritti con l'idea
di andare a sentire una serie di lezioni teoriche e strutturate,
ci trovavamo ora un nuovo bagaglio di strumenti stimolanti e alternativi
alla lezione frontale, da applicare in classe, dei quali ci eravamo
impadroniti senza rendercene conto.
Si trattava ora di applicare nelle nostre scuole tutto ciò
che avevamo imparato sulla peer education, individuando gli studenti
adatti a diventare peer educator, istruendoli sulle modalità
di contagio dell'AIDS e sulla prevenzione alla malattia, formandoli
e infine seguendoli durante gli interventi sulle classi.
I risultati di questa prima esperienza a scuola sono stati molto
positivi, superiori alle aspettative; i ragazzi hanno risposto con
entusiasmo e fantasia a questo esperimento per loro del tutto nuovo.
Durante l'ultimo incontro tra docenti prima dell'estate si pose
il problema di come dare vita ad un progetto vero e proprio che
fosse comune a tutte le scuole. Era ancora necessario che ci trovassimo
quattro o cinque volte per elaborare il progetto. Mario propose,
timidamente all'inizio, di lavorare due o tre giorni full immersion
da qualche parte, in quanto in questo modo tutti, forse in modo
più agevole, avrebbero partecipato e si sarebbe consolidato
il gruppo. La proposta aveva trovato tutti noi entusiasti e la nostra
Edi Bruna aveva immediatamente risolto i problemi di carattere organizzativo:
si poteva andare a Pra Catinat.
L'entusiasmo di noi insegnanti nell'accogliere la proposta di andare
a Pra Catinat fece sorgere la domanda, legittima per altro, di come
avessimo vissuto il corso fino a quel momento: ciò che era
stato detto o pensato solo tra pochi amici, venne chiaramente esplicitato.
Le perplessità che erano state solo di alcuni diventarono
di tutti e discutendo insieme sul perché tutti noi le avessimo
avute emerse che la modalità del corso fatto per tre ore
ogni quindici giorni non permetteva di cogliere il significato di
ciò che si stava facendo. Forse se il corso fosse stato più
concentrato avremmo risposto prima alle nostre mille domande.
Edi Bruna ha ascoltato con interesse le nostre analisi e per l'anno
scolastico successivo, il 2001/2002, ha organizzato in contemporanea
a Pra Catinat i corsi di primo livello, per i nuovi docenti, e di
secondo livello, per noi ``vecchi'', per dar modo ai nuovi arrivati
di scambiare le esperienze con gli altri.
Il soggiorno a Pra Catinat ha segnato una svolta decisiva per l'attività
di peer education in quanto, essendo un corso intensivo e non diluito
nel tempo, ha rafforzato i legami tra i componenti del gruppo. Vivere
insieme condividendo anche gli aspetti della vita quotidiana come
il pranzo, la cena e i momenti di pausa e lavorare intensamente
dalla sveglia all'ora di andare a dormire, ha permesso di creare
un rapporto di amicizia e di far cadere le barriere di una conoscenza
formale. Il lavoro è stato quindi molto più veloce
e ci ha permesso di raggiungere in tempi brevi gli obiettivi che
ci eravamo prefissi. Il nuovo gruppo di docenti è riuscito
ad amalgamarsi al gruppo dei ``vecchi'' senza difficoltà
ed è riuscito ad assimilare lo spirito della peer education
in pochi giorni a differenza di quanto era successo a noi che avevamo
avuto bisogno di alcuni mesi.
L'obiettivo finale del soggiorno era quello di elaborare un progetto
comune a tutte le scuole che avesse i requisiti per poter essere
applicato in qualsiasi realtà scolastica.
La prima fase del lavoro ci ha visti impegnati nell'approfondimento
di tecniche di comunicazione attraverso giochi di conoscenza, di
ruolo e discussioni. Siamo stati coinvolti anche a partecipare a
giochi di espressione corporea, con l'obiettivo di abbattere le
difese che ognuno di noi si crea quando interagisce con gli altri.
Questa fase aveva lo scopo di amalgamare docenti vecchi e nuovi
e di consolidare una modalità di lavoro caratterizzata dalla
disponibilità ad accettare le idee degli altri.
Durante la seconda fase ci siamo soffermati a riflettere sul cammino
percorso da ciascuno di noi all'interno delle singole scuole: ognuno
ha raccontato la propria esperienza analizzando le difficoltà
incontrate e i punti di forza di ciò che aveva realizzato.
Finalmente nella terza fase si è passati alla costruzione
del progetto utilizzando le esperienze positive e negative emerse
in ogni realtà scolastica.
Il gruppo ormai si era rafforzato e era in grado di vivere di vita
propria: per il solo desiderio di lavorare insieme tutti noi eravamo
disposti ad inventarci nuove occasioni di incontro; il lavoro così
si autoalimentava con creatività. È con questo spirito
che è nata la giornata di formazione sui giochi da proporre
ai ragazzi, giochi che hanno coinvolto e divertito, nonostante il
caldo e la fatica di fine anno (era il 16 giugno!), non solo i docenti
ma anche i relatori che si sono lasciati trascinare dall'entusiasmo.
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