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LA PEER EDUCATION
AMBITI, PRESUPPOSTI, METODI

Educazione democratica
La Peer Education è un progetto educativo teso a promuovere un rapporto tra giovani e adulti nel quale ognuno mantenga la propria identità ed il proprio ruolo. Si tratta in pratica di una sorta di ribaltamento del modello tradizionale di educazione, che tende a coinvolgere i giovani in forme più o meno costrittive e manipolatorie, affinché assorbano programmi e contenuti stabiliti unilateralmente dagli adulti. La Peer Education, al contrario, punta a riconoscere e a promuovere un ruolo attivo degli adolescenti, che diventano protagonisti consapevoli della propria formazione. Il rapporto educativo diventa così un'esperienza democratica, nella quale l'interazione fra educatori ed "allievi" viene a fondarsi sulla simmetria, l'eguaglianza, la complementarità ed il mutuo controllo, laddove invece il rapporto educativo classico risulta essere asimmetrico, ed il potere che vi si concentra tende a collocarsi da una sola parte.

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Educare al comportamento responsabile
Questo non significa che la Peer Education intenda mettere in discussione i metodi tradizionali di insegnamento, né che pretenda di sostituirsi ad essi. L'educazione tra pari punta invece ad affiancare il consueto modello di rapporto insegnante/allievo, limitandosi ad intervenire in campi ben delimitati. Il terreno di intervento della Peer Education, dal punto di vista dei contenuti, è individuabile in un ambito che si può genericamente definire con l'espressione di "comportamento consapevole": l'educazione tra pari ha insomma l'obiettivo di trasferire informazioni, ma soprattutto consapevolezza, riguardo alle conseguenze che possono derivare da una guida pericolosa, dall'uso di tabacco, di sostanze dopanti, di droghe e di alcool, oppure da un comportamento sessuale a rischio.

Un metodo efficace
È noto, infatti, che i modelli di comportamento dei giovani vengono appresi più facilmente all'interno di gruppi di coetanei che nel tradizionale rapporto educativo genitore-figlio o insegnante-allievo, e che dunque l'efficacia dell'influenza dei pari, anche su argomenti importanti come quelli che riguardano l'educazione alla salute, sia di gran lunga superiore a quella prodotta dagli interventi degli adulti. Le esigenze ed i ritmi di vita della moderna società industriale, d'altra parte, vedono fra i propri effetti una progressiva diminuzione del tempo che i giovani trascorrono nell'ambiente famigliare, luogo tradizionale dell'educazione. Aumenta invece il tempo che essi trascorrono in gruppi di coetanei - di pari - che, in parte, finiscono per sostituirsi alla famiglia nell'accompagnare lo sviluppo dell'autoconsapevolezza, della rappresentazione di sé e dei valori personali di ciascuno. Si pensi, poi, al "muro di incomprensione" che spesso, nel vissuto dei ragazzi, sembra separare il mondo dei giovani da quello degli adulti: un fatto che nel rapporto educativo classico può effettivamente costituire un ostacolo, ma che può invece rappresentare un punto di forza quando l'educatore venga riconosciuto dai ragazzi come un proprio pari, uno che si pone gli stessi interrogativi dei compagni, che affronta le stesse difficoltà, e dunque più di altri può apparire titolato a consigliarli e a prestare loro il suo aiuto. A ciò va aggiunto un ulteriore elemento, che riguarda il mondo di continui cambiamenti in cui si muove la società moderna (si pensi soltanto alle mode), rispetto al quale, come è noto, i ragazzi tendono ad essere molto più ricettivi degli adulti: il gap quasi ineluttabile che separa in questo senso le giovani e le vecchie generazioni rende spesso difficile relazionarsi con gli adolescenti mediante programmi, linguaggi ed argomenti attuali, capaci di imporsi con la necessaria efficacia. Il fatto che i ragazzi, su certe questioni, si confrontino invece con coetanei ben documentati e in grado di trasmettere adeguatamente le loro conoscenze, utilizzando le forme ed il gergo dei "giovani", consente di by passare del tutto questo problema.

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I nuovi compiti della scuola
Il valore della Peer Education, però, non risiede soltanto nella particolare efficienza che essa mostra di possedere nella trasmissione di contenuti. L'aspetto maggiormente positivo dell'educazione fra pari, infatti, riguarda forse la sua utilità nel concorrere a realizzare quello che da alcuni anni gli stessi programmi ministeriali individuano come uno degli obiettivi fondamentali dell'educazione scolastica: costruire e rafforzare il senso di efficacia personale e collettiva dei ragazzi. Questo ampliamento di indirizzi, da parte della scuola italiana, non fa che recepire i risultati di un gran numero di studi, secondo i quali le competenze sociali ricoprirebbero un ruolo centrale nella promozione della salute e del benessere degli adolescenti (ma anche dei bambini). La ricerca scientifica sugli effetti dell'autoefficacia, in particolare, ha messo in evidenza che le persone dotate di una certa fiducia nelle proprie capacità sono meno soggette alla depressione, sanno misurarsi con compiti difficili, non si scoraggiano di fronte alle difficoltà, riuscendo anzi ad affrontarle in maniera costruttiva, magari intensificando gli sforzi. Il senso di autoefficacia, in altre parole, rappresenta un elemento importante e talvolta decisivo nel condizionare lo sviluppo di tutta una serie di abilità, indicate solitamente con l'espressione "life skills" (competenze di vita): la capacità di prendere decisioni e di risolvere problemi, il pensiero creativo, la capacità di critica, la comunicazione efficace, la capacità di relazionarsi con gli altri, l'autoconsapevolezza, l'empatia, la gestione delle emozioni, quella dello stress. Si tratta, a ben vedere, di capacità assolutamente necessarie ad affrontare la vita e lo stesso mondo del lavoro, ma che non sempre, all'interno dei nostri istituti, vengono percepite come "materie d'insegnamento".

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Imparare a comunicare
La Peer education, in questo senso, risulta essere un'esperienza particolarmente utile soprattutto per coloro che decidono di divenire dei peer educators. Nel rivestire il ruolo di educatori, infatti, i ragazzi hanno un'importante occasione per smettere gli abiti consueti dello studente "passivo" (nel senso che l'allievo è di solito il semplice destinatario dell'insegnamento degli adulti), e per assumere un ruolo responsabile e propositivo, nel quale ciascuno possa misurare le proprie capacità di comunicazione e, nel confrontarsi con le risposte che gli vengono dai compagni, verificare gli effetti concreti del proprio lavoro. C'è però dell'altro. La Peer Education, infatti, non vuole essere soltanto la semplice messa in opera di un principio: l'intervento in classe da parte degli educatori fra pari presuppone che essi abbiano acquisito delle specifiche competenze relazionali, e la capacità di crearsi un metodo di lavoro. Dal punto di vista dei peer educators, insomma, la conoscenza delle nozioni da trasmettere ai propri compagni costituirà soltanto uno degli aspetti della loro esperienza di educatori: un aspetto certo fondamentale, ma probabilmente non il più importante. Il lavoro formativo svolto con i ragazzi negli incontri di preparazione alla Peer Education, in effetti, più che a fornire loro i contenuti che dovranno trasferire nelle classi, punta a sviluppare e potenziare la loro capacità di relazionarsi con se stessi e con gli altri: prima che del cosa comunicare, si potrebbe dire, ci si preoccupa del come. Gli educatori fra pari, infatti, non possono essere dei semplici trasmettitori di informazioni precostituite: in questo caso non sarebbero che dei "sottoposti" alle direttive degli adulti. Devono piuttosto riconoscersi come dei soggetti liberi, responsabili, capaci di compiere autonomamente le loro osservazioni e rielaborazioni.

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Come e perché costruire un gruppo di lavoro
Lo strada che è stata scelta per attivare l'apprendimento di queste competenze inizia col favorire le condizioni perché i peer educators siano indotti a costruire un gruppo di lavoro, a produrre iniziative partecipate, a sviluppare un progetto affidandosi esclusivamente a se stessi. Fin dall'inizio, pertanto, anche attraverso l'utilizzo di supporti metodologici forniti loro dai formatori (il brainstorming, per esempio), i ragazzi vengono messi nella condizione di riconoscere nel gruppo uno strumento in grado di facilitare, accelerare e moltiplicare i risultati che gli individui potrebbero produrre singolarmente.
La scelta di fare del gruppo il punto di partenza della formazione dei peer educators non è però intesa soltanto a mettere in evidenza la sua utilità ed efficienza concreta: si deve tenere conto, infatti, del valore intrinseco che la dimensione gruppo ha per i ragazzi. Il gruppo, come già si è accennato, è l'ambito nel quale gli adolescenti tendono naturalmente a collocarsi e a riconoscersi, la palestra in cui si formano in relazione agli altri e all'ambiente, il luogo in cui sviluppano le proprie possibilità di espressione e interazione, ampliando la propria sfera socioaffettiva, costruendo la propria autonomia ed il proprio senso di responsabilità. Il gruppo, in altre parole, è il luogo in cui avviene la gran parte dei processi attraverso i quali l'adolescente costruirà la propria identità, la percezione di sé e degli altri. Il momento formativo dei peer educators, per questo motivo, non dovrà essere per certi aspetti che un contenitore, pensato per consentire ai ragazzi di sfruttare appieno le potenzialità positive del gruppo: si tratterà insomma di ricreare spazi fisici e relazionali in cui i peer educators possano sperimentare la dimensione dello stare, del riconoscersi, e sviluppare modalità di incontro reali e profonde. Esercitarsi nel "fare gruppo", su questa base, significherà entrare in un orizzonte in cui i legami vengono messi in atto nella prospettiva del costruire insieme, ciascuno imparando ad ascoltare e riconoscere i desideri e i bisogni propri ed altrui, ad esprimerli in modo adeguato, ad elaborarli e, raccordandoli fra loro, a rielaborarli. Il lavoro di gruppo, insomma, diverrà una lente d'ingrandimento attraverso la quale ciascuno sarà indotto a riportare lo sguardo su di sé, senza staccarlo, però, dall'attenzione verso l'altro. Il centro di tutto, infatti, resta la persona, ma nella sua dimensione relazionale, nel suo rapporto con se stessa, con gli altri, con l'ambiente.

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Formare i Peer Educators
Quella della Peer Education è un'esperienza inconsueta anche dal punto di vista di chi è responsabile della formazione degli educatori fra pari. Gli animatori adulti, come si è detto, non sono in questo contesto che dei facilitatori: essi sono chiamati a costruire lo sfondo sul quale si muoveranno autonomamente i ragazzi, un contenitore flessibile e dinamico volto a tutelare e promuovere la possibilità per i peer educators di riconoscersi progressivamente quali protagonisti attivi nella realizzazione del proprio progetto. Solo in una prima fase del lavoro, pertanto, il conduttore avrà una grande visibilità, che a poco a poco si attenuerà, fino a ridursi, idealmente, ad una presenza silenziosa: l'adulto, in pratica, una volta che il processo si è avviato, diviene un semplice osservatore, un assistente che i ragazzi possono o meno interpellare per avere un parere, sapendo però che la responsabilità di ciò che si sta facendo appartiene soltanto a loro. È questo uno fra gli aspetti maggiormente qualificanti della Peer Education: il conduttore, infatti, punta ad essere non il centro del gruppo, cosa che avviene solitamente nel rapporto insegnante/allievo, ma, semmai, il suo involucro esterno. La sua sola responsabilità, si potrebbe dire, consiste nel garantire che il gruppo, con le caratteristiche sopra descritte, semplicemente esista.
Come è possibile realizzare questo risultato? Si tratta di attivare e promuovere processi spontanei di collaborazione, creare situazioni nelle quali i ragazzi siano indotti a porsi delle domande, a misurarsi con se stessi e con gli altri, a rapportarsi coi problemi non mediante la semplice protesta, ma predisponendosi a risolverli da soli. Uno dei passaggi fondamentali di questo percorso consiste nell'utilizzo di tecniche di emersione e discussione che consentano a ciascuno di guardare in profondità e di esprimere liberamente il proprio parere, riconoscendo i propri desideri e bisogni. Il conduttore è un laconico suggeritore, che, dalla buca del palcoscenico, offre spunti e strumenti utili ad attivare le capacità di dialogo e di riflessione dei giovani attori che ha di fronte; stimola un continuo scambio comunicativo; promuove condizioni motivanti; favorisce lo sviluppo partecipato di modalità di lavoro in cui i ragazzi si sentano legittimati a fare ricorso ai propri linguaggi e alle proprie forme; valorizza la capacità di ciascuno di individuare e risolvere i problemi autonomamente.

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Il gioco come metafora del reale
Un altro mezzo importante al quale ci si affida nella formazione dei peer educators è quello del gioco. Il gioco, infatti, non è da considerarsi semplicemente come sinonimo di svago: esso è lo spazio protetto nel quale, fin da bambini, apprendiamo a muoverci nel mondo, facendo esperienze di incontro e di interazione spesso molto intense e di grande significato. Il gioco, insomma, viene proposto ai ragazzi quale metafora del reale: un'esperienza rassicurante, dato il suo carattere apparentemente non impegnativo, ma insieme coinvolgente, nella quale ciascuno è indotto, per l'appunto, a mettersi in gioco. L'effetto immediato che si vuole ottenere, evidentemente, è quello di facilitare il crearsi di legami, attivando e valorizzando le facoltà espressive che appartengono naturalmente ai ragazzi. L'intento, però, è di andare anche oltre. Un ruolo centrale, nei giochi proposti ai peer educators, viene riservato alla dimensione del corpo. Il motivo è ben presto spiegato. Nel mondo occidentale, in effetti, per quanto nelle sue espressioni esteriori il corpo venga di continuo riproposto ed esibito nei consueti modelli di perfezione anatomica, esso risulta essere, per altri versi, un aspetto del tutto negato. Eppure, verrebbe da dire, uno dei cambiamenti più importanti, fra quelli che avvengono durante l'adolescenza, è proprio quello che riguarda la trasformazione corporea, un evento che si affianca in un legame inscindibile alla profonda evoluzione interiore e "sociale" che attraversa i ragazzi in quella stagione della vita, e che ben la rappresenta sul piano simbolico. Rapportarsi con il proprio corpo, magari attraverso un gioco, diventa dunque un canale privilegiato mediante il quale i giovani possono entrare in relazione con se stessi, con gli altri, con il mondo che li circonda. Connesso al gioco - ma anche alla dimensione corporea - nel lavoro di formazione dei peer educators, è poi il "teatro sociale", la rappresentazione teatrale della realtà. Attraverso la ricostruzione scenica di episodi verosimili (legati alla Peer Education, oppure, a seconda della scelta dei ragazzi, a momenti vissuti in altri contesti), i ragazzi avranno la possibilità non soltanto di calarsi in momenti significativi della realtà, ma, nel momento del feedback, di vedersi in quella realtà, e dunque di riflettere e trovare autonomamente i modi per riconoscere ed eventualmente affinare il proprio modo di porsi.
L'apprendimento, insomma, per quanto attraverso l'uso di finzioni e metafore, nasce dalla dimensione del fare, dello sperimentare, accompagnata da un'osservazione attenta e consapevole dell'esperienza che si sta vivendo.

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Origini della Peer Education
(Vengono qui riprese le notizie riportate in: Linee guida per la Peer education fra giovani coetanei mirata alla prevenzione dell'AIDS, a cura di Gary R. Svenson, Commissione Europea, 1998).

I primi esperimenti sistematici di Peer Education, a quanto si sa, risalgono ai primi dell'800, quando in alcuni istituti inglesi si è iniziato a introdurre fra le materie scolastiche la pratica stessa dell'insegnamento: gli studenti, insomma, imparavano a tenere lezioni ai loro compagni, esponendo loro argomenti sui quali si preparavano autonomamente. L'esperimento, però, non ebbe grande seguito, né se ne poterono verificare gli effetti positivi e le potenzialità: la ragione principale di questa innovazione era infatti di ordine meramente economico, giacché consentiva alle scuole di risparmiare denaro. Soltanto molto più tardi ci si sarebbe resi conto del valore intrinseco e dell'efficacia dell'educazione tra pari: la rinascita dell'insegnamento fra coetanei avveniva infatti negli anni '60 del '900 in alcune scuole statunitensi, dove ai ragazzi delle classi superiori veniva affidato il compito di seguire la preparazione degli studenti più giovani e in difficoltà. Questa pratica, seguita attentamente da équipe di psicologi legati alla scuola di Piaget, mostrò ben presto la sua utilità, garantendo vantaggi psicologici, come si osservò, tanto ai giovani tutori che ai loro assistiti.
L'uso del peer tutoring al fine di rispondere a problemi specifici ed "esterni" alla scuola, quali l'uso di droghe e alcool e la diffusione della violenza fra gli adolescenti, ha iniziato a essere praticato sistematicamente negli anni '70, prevalentemente in nord America. All'assistenza di tipo spontaneo, a poco a poco, ha preso perciò ad affiancarsi l'utilizzo consapevole dei meccanismi di influenza sociale ed emozionale del comportamento: prima di assistere i loro compagni, i peer tutors venivano così invitati a seguire un training finalizzato allo sviluppo delle loro capacità relazionali e alla conoscenza delle problematiche con cui avrebbero dovuto misurarsi. Si tratta di un metodo ancora utilizzato, soprattutto allo scopo di assistere i ragazzi nell'affrontare problemi legati all'omosessualità, alla tossicodipendenza, alle malattie sessualmente trasmissibili e alla sieropositività.
La Peer Education, praticata secondo le modalità proposte anche in questo testo - mediante, cioè, l'ingresso nelle classi di un piccolo gruppo di pari, numericamente inferiore rispetto all'uditorio cui si rivolge - viene utilizzata su vasta scala soltanto a partire dagli anni '90. A promuoverla, inizialmente, sono state organizzazioni non governative (ONG), associazioni locali e religiose ed istituti educativi privati. Ben presto, però, la Peer Education è stata fatta oggetto di attenzione e di ricerche mirate anche a livello pubblico - nel campo della sanità ed in quello dell'istruzione - finendo per essere riconosciuta come un metodo di prevenzione fra i più efficaci, soprattutto per quanto riguarda il tabagismo, la tossicodipendenza, l'alcolismo, la violenza ed il comportamento sessuale a rischio. Alcuni organismi internazionali la utilizzano inoltre nell'ambito di progetti di peace keeping, in particolare per risolvere il problema (particolarmente diffuso nel continente africano) dei cosiddetti bambini-soldato. Più frequentemente, si fa ricorso alla Peer Education allo scopo di prevenire il contagio da virus HIV: la vasta diffusione dell'educazione fra pari, infatti, costituisce innanzitutto una risposta all'allarme che, dall'inizio degli anni '90, è stato ripetutamente lanciato dall'Oms e da altre istituzioni nazionali e internazionali riguardo alla non sufficiente efficacia delle tradizionali campagne di informazione contro la diffusione dell'AIDS.

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Bibliografia
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Linee guida per la Peer education fra giovani coetanei mirata alla prevenzione dell'AIDS, a cura di Gary R. Svenson, Commissione Europea, 1998
L. Mannetti e A. Pierro, I giovani e l'AIDS. Relazione fra informazioni, atteggiamenti, percezione del rischio e tendenze comportamentali, in: Rassegna di Psicologia, vol. 6, n. 3, 1989
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M.P. Nichols, L'arte perduta di ascoltare, Positive Press, Verona 1997
A. Pellai, V. Rinaldin e B. Tamburini, Educazione tra pari. Manuale teorico-pratico di empowered Peer Education, Erickson, Trento 2002
Autoefficacia. Teoria e applicazioni, a cura di A. Bandura, Erickson, Trento
C.R. Rogers, Libertà nell'apprendimento, Giunti Barbera, Firenze 1973

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