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L'OLIVO NEL TORINESE, UNA TRADIZIONE AGRICOLA CHE SI PERDE NEL TEMPO

PRESENTAZIONE

La coltivazione dell'olivo nel Torinese ha radici secolari e sta conoscendo negli ultimi anni una notevole ricoperta. Ad oggi sul territorio provinciale sono coltivate circa 17.000 piante di olivo, su una superficie di 57 ettari (lo 0,02% del totale della Superficie Agricola Utilizzabile provinciale) nelle aree del Canavese, del Pinerolese e della Collina Torinese. La consistenza degli impianti per azienda è solitamente piuttosto modesta: nella maggior parte dei casi il numero di esemplari varia tra i 50 ed i 99. Le varietà di olivo più diffuse per la produzione di olio in provincia di Torino sono: il Leccino, il Frantoio, il Pendolino e il Leccio del Corno, tutte sufficientemente resistenti al freddo ed alle principali malattie. Con il sostegno della Provincia di Torino e della Regione Piemonte, è in corso una ricerca curata dall'Associazione Piemontese Olivicoltori e dalla Facoltà di Agraria dell'Università di Torino, volta ad individuare le varietà di ulivo che più si adattano ad essere coltivate sul territorio piemontese, garantendo per il futuro una superiore e migliore produzione d'olio e un maggior controllo delle avversità atmosferiche e dei parassiti. Nell'annata agraria 2006-2007 il Servizio Agricoltura della Provincia di Torino, in collaborazione con l'Associazione Piemontese Olivicoltori, la Facoltà di Agraria dell'Università di Torino e le organizzazioni professionali agricole, ha condotto un censimento "ragionato" che, oltre alla valutazione quantitativa del fenomeno, consente di comprendere le motivazioni di una scelta produttiva insolita. La raccolta e l'elaborazione di dati relativi alle tecniche agronomiche e colturali attualmente adottate consentirà alle aziende olivicole torinesi di migliorare la propria gestione produttiva e commerciale. Sergio Bisacca, Vice-Presidente della Provincia di Torino e Assessore all'Agricoltura e Montagna, sottolinea come "la rinnovata attenzione verso l'olivicoltura è un tema di estremo interesse per lo sviluppo sostenibile delle aree vocate. La Provincia di Torino ha ritenuto di dover approfondire la conoscenza del fenomeno, per rilevarne la consistenza attuale, indagando nel contempo le ragioni della recente ricomparsa di questa coltivazione. I dati acquisiti relativi a questo settore ci permetteranno di intervenire adeguatamente, in risposta alle esigenze espresse dagli attori della filiera, anche attraverso un'attenta opera di promozione del prodotto indirizzata ai diversi target di consumatori". L'olio piemontese risulta possedere un lieve aroma fruttato di olive verdi e di mandorle, con un gusto dolce, senza accenno di amaro e di piccante. E' adatto per accompagnare insalate, tomini freschi, antipasti leggeri, minestre poco saporite, pesci delicati. Pur provenendo dalle medesime varietà coltivate altrove, ha caratteristiche diverse rispetto a quello prodotto in altre regioni. L'ambiente, caratterizzato da una marcata escursione termica, determina nei frutti un maggiore accumulo di acidi insaturi, tra cui l'acido oleico, molto salutari e facilmente digeribili.

Un po' di storia L'olivicoltura in Piemonte non è una scoperta recente, ma vanta profonde radici nel passato. In molte parti del Piemonte la toponomastica locale testimonia, tuttora, l'esistenza di quella antica realtà produttiva: Bric d'ulivo, Monte Oliveto, Oliveta, Olivè, Olivola, Colle d'olivo, per citarne alcuni. Vi sono inoltre cognomi quali Olivero ed Olearo, che richiamano l'attività svolta nel settore olivicolo nel corso dei secoli. Alcuni studiosi ritengono che l'introduzione dell'olivicoltura in Piemonte potrebbe risalire addirittura all'epoca dei legionari romani, che colonizzarono le nostre terre, lasciando molte tracce del loro passaggio per esempio in molti centri monferrini. Ma anche in altre aree del Piemonte, come nella Valle di Susa o nel Biellese, è molto probabile che gli olivi venissero coltivati già all'epoca degli antichi romani. La presenza certa di olivi è testimoniata per la prima volta in un atto di donazione del 515 dove Sigismondo, re di Borgogna, dona varie terre, tra le quali oliveti in Valle d'Aosta. Da allora la presenza dell'olivo è stata condizionata da tutta una serie di eventi, tra cui quelli climatici, che hanno giocato un ruolo primario. Di sicuro l'esistenza di qualche albero è stata sempre assicurata, in qualche giardino o nei terreni parrocchiali, dove hanno da sempre rappresentato una antica tradizione. La presenza di oliveti è testimoniata anche dove il clima ed il terreno non sembrano affatto rispondere alle esigenze della coltura; ciò pare fosse dovuto alle richieste provenienti in particolar modo dagli istituti ecclesiastici. La massima diffusione della coltivazione dell'olivo si verificò nella seconda metà del XIII secolo, in concomitanza con l'innalzamento delle temperature, fenomeno noto come "periodo caldo medievale" o "ottimo climatico medievale".

Gli olivi erano coltivati per lo più in associazione con i mandorli, ed altre colture arboree, e con lo zafferano, tra quelle erbacee, in quanto simili dal punto di vista delle esigenze pedoclimatiche. All'inizio del XIV secolo si verificò uno straordinario abbassamento termico in tutta l'Europa: alcuni ghiacciai arrivarono addirittura a lambire insediamenti abitativi e coltivi. Da allora si verificò l'alternanza tra periodi di innalzamento ed abbassamento delle temperature, durante i quali le coltivazioni con le maggiori esigenze termiche ebbero la peggio, e dovettero subire continui rinnovi. Le condizioni climatiche avverse continuarono all'incirca fino all'Unità d'Italia; ma, nonostante intorno al 1860 il periodo dei grandi freddi abbia avuto termine, l'olivo non venne più rinnovato come coltura da reddito, a causa della ormai definitiva affermazione delle vite sulle pendici collinari piemontesi, il cui prodotto trovava ampi sbocchi commerciali. Inoltre, ottenuta l'Unità territoriale venne a diminuire la necessità di produrre olio di oliva al nord. I pochi ulivi sopravvissuti si concentrarono in alcuni giardini privati o intorno alle parrocchie, dove venivano coltivati con cura sia per tradizione, sia per poter avere a disposizione dei rami di olivo da benedire e distribuire in occasione della Domenica delle Palme. Nel 1919, ad Olivola Monferrato, furono estirpati gli ultimi oliveti e rimasero in produzione solo piante isolate; di conseguenza i frantoi operanti in Piemonte, per mancanza di materia prima, furono chiusi e definitivamente smantellati. Dal 2001 nei Comuni di Moncalvo, Olivola, Revello, Settimo Vittone e Vialfrè riprese, dopo 90 anni, la produzione di olio d'oliva piemontese. In Piemonte l'interesse per l'olivicoltura nasce dalla scarsità di manodopera e dalla ricerca di coltivazioni che richiedano minor dispendio di risorse umane, rispetto alla tradizionale coltivazione della vite. L'olivo può costituire un importante elemento di arricchimento del paesaggio, in quanto è una pianta adatta al recupero e alla valorizzazione dei versanti più soleggiati di aree abbandonate o degradate.

(31 dicembre 2008)