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LA SINDONE IN GUERRA:
DEVOZIONE POPOLARE, POLITICA E IDENTITA’ CULTURALE DEL PIEMONTE ATTRAVERSO CINQUE SECOLI DI STORIA
Al Salone del Libro una nuova iniziativa culturale della Provincia e del Museo della Sindone
dedicata alla storia del Sacro Lino

PRESENTAZIONE

Filmato: La Sindone durante le guerre
Durata : 02' 17"

Correva l’anno 1553 ed il Piemonte stava subendo l’ennesima invasione francese, una delle tante che costellano la storia subalpina. Ormai da secoli i sovrani transalpini tentavano di sottomettere definitivamente il nord-ovest della penisola italiana e di spazzare via (o comunque ridimensionare fortemente) la dinastia dei Savoia, che aveva imposto il proprio dominio al di là e al di qua delle Alpi.

Uno dei simboli del potere sabaudo era la Sindone, già allora considerata una sorta di “palladio”, di oggetto simbolico posto a protezione dei Savoia e dei sudditi che popolavano il loro Ducato; un simbolo da tutelare ad ogni costo. Per questo, a più riprese in passato, i francesi avevano cercato di impossessarsi del Sacro Lino, senza mai riuscirvi. In quel fatidico 1533 il Duca Carlo II di Savoia, morì a Vercelli, solo, sconfitto e privato di quasi tutti i suoi feudi, lasciando il Sacro Lino esposto alle mire degli invasori d’Oltralpe.

Ma nemmeno quella volta i francesi sarebbero riusciti ad impossessarsi del Sacro Lino, grazie all’astuzia di alcuni ecclesiastici, preoccupati di evitarne la profanazione. Sembra il soggetto di un romanzo e invece è una delle vicende storiche rievocate lunedi 12 maggio nell’Arena Piemonte al Salone del Libro nel corso dell’incontro intitolato “La Sindone in guerra”, proposto dalla Provincia di Torino e dal Museo della Sindone, nell’ambito di un programma di eventi di preparazione all’Ostensione del 2015.

Durante l’incontro due giovani attori del Teatro Stabile di Torino hanno letto brani scritti da illustri testimoni della storia del Sacro Lino, in alternanza con gli interventi di inquadramento storico del Direttore scientifico del Museo della Sindone Gian Maria Zaccone e con gli intermezzi musicali eseguiti dall’Ensemble “Anonime risonanze per arpa”.

Tornando alla vicende cinquecentesche della Sindone, negli anni successivi alla morte di Carlo II, il figlio Emanuele Filiberto detto “Testa di Ferro”, dopo essersi distinto per le sue imprese militari negli eserciti imperiali di Carlo V e Filippo II di Spagna, riconquistò i possedimenti persi dal padre e rifondò lo Stato sabaudo su basi ben più solide. Tra le prime decisioni che prese al suo ritorno in Piemonte vi fu quella di rientrare pienamente in possesso della Sindone, che era stata nascosta ai francesi dall’astuto canonico del Duomo di Vercelli, non a caso nominato dal nuovo Duca di Savoia quale proprio Tesoriere. E’ proprio ad Emanuele Filiberto che si deve lo spostamento definitivo della Sindone da Chambery a Torino, nel 1578.

Le vicende del 1533, è stato ricordato nell’incontro al Salone del Libro, sono emblematiche dell’atteggiamento della dinastia sabauda e della comunità torinese nei confronti della Sindone, di cui si considerarono custodi e difensori e dalla quale si sentirono protetti. Per secoli, in occasione di gravi pericoli bellici ed epidemie, si invocò, attraverso la Sindone, la protezione divina per chi restava in città e per chi combatteva, mentre si presero tutte le possibili precauzioni per preservare il lenzuolo che, secondo la tradizione, avrebbe avvolto il corpo di Gesù deposto dalla Croce.

Così, nel 1706, anno dell’Assedio di Torino da parte dei francesi, la Sindone fu portata a Genova, per metterla in salvo da un possibile saccheggio della città da parte degli invasori transalpini. Il Sacro Lino rimase invece a Torino anche nell’ultimo e decisivo anno della Prima Guerra Mondiale, celato e protetto nei sotterranei di Palazzo Reale. Venne appositamente allestita una stanza segreta e protetta, per sfuggire all’ormai reale pericolo dei primi rudimentali bombardamenti con aerei e dirigibili, che colpirono, ad esempio, la città di Milano nel 1916, suscitando un generale allarme in tutto il Nord Italia. Nell’autunno del 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, in gran segreto e con un viaggio rocambolesco, la Sindone lasciò invece Torino per una destinazione a tutti sconosciuta, che si seppe poi essere il Santuario di Montevergine, presso Avellino.

L’Italia sarebbe entrata nel conflitto l’anno successivo, ma, evidentemente, la prudenza consigliò di non attendere l’inizio delle ostilità con la Francia e la Gran Bretagna, che sarebbe stato annunciato da Mussolini il 10 giugno 1940. Nei vent’anni trascorsi dalla fine della Grande Guerra la tecnica e la potenza dei bombardamenti aerei avevano compiuto passi giganteschi, come la città di Torino avrebbe tristemente sperimentato già nei primi giorni del secondo conflitto mondiale. La Sindone custodita nel complesso di Palazzo Reale, era dunque nuovamente in pericolo e la si doveva celare un un luogo segretissimo. Anche perché, come ha spiegato Gian Maria Zaccone, un’incognita ancora più sinistra incombeva sul Sacro Lino. Casa Savoia era tutt’altro che entusiasta dell’alleanza strategia tra il fascismo e il nazismo, che però avrebbe avversato solo quando si palesò il definitivo crollo militare dell’Italia.

Il Re Vittorio Emanuele III era evidentemente ben informato sui deliri esoterici di alcuni capi nazisti. Vi era il fondato timore che il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler e la sua accolita di culturi dell’occulto, del paranormale e del misticismo germanico desiderassero impadronirsi della Sindone, per farne un uso propagandistico o, peggio ancora, per profanarla ed utilizzarla in riti pagani dedicati alla celebrazione della supposta superiorità della razza ariana.   

 

(12 maggio 2014)