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  Poco sostegno, scarsa preparazione dei docenti, discontinuità didattica
Di fronte ai ritardi dell’inclusione c’è chi pensa ad un ritorno al passato (11/09/2007)

Pochi insegnanti di sostegno, scarsa preparazione del corpo docente, mancanza di continuità didattica. La scuola non parte sotto i migliori auspici per i 190.000 studenti italiani con disabilità, che potrebbero diventare 200.000 nel corso dell’anno se verrà confermato il trend di crescita degli ultimi anni (+5% l’anno). Secondo le associazioni che si occupano di disabilità, infatti, i circa 96.000 docenti di sostegno potrebbero non bastare e il blocco delle assunzioni porterà ad una carenza di circa 5000 insegnanti. Così, di fronte alla riduzione delle ore dedicate ad ogni alunno, qualche genitore torna a pensare che forse sarebbe meglio iscrivere i propri figli alle scuole speciali, il cui numero è diminuito da quando la legge 517/77 ha sancito il diritto a frequentare le scuole comuni anche per gli studenti con disabilità (secondo il Ministero della Pubblica Istruzione, sono rimaste 15 scuole speciali in tutta Italia), potrebbero quindi conoscere una nuova fioritura.

"Siamo arrivati alla disperazione, e la disperazione può portare a cercare le soluzioni più comode". Per Maria Mirella Gangeri, presidente dell’Associazione genitori di bambini e adulti disabili (Agedi), è questo a spingere le famiglie a chiedere la riapertura degli istituti e delle scuole speciali. Una soluzione che i membri dell’Agedi non condividono. Qualche passo positivo, dicono, dal 1977 a oggi c’è stato. "Non permettiamo a nessuno di tornare al passato - dice Maria Mirella Gangeri -. Da un punto di vista didattico siamo ancora parecchio indietro, ma la scuola cosiddetta normale è un luogo importante di socializzazione per i nostri figli". Proprio per questo, a preoccupare i genitori non è solo la carenza di insegnanti di sostegno, ma l’atteggiamento delle insegnanti curriculari. "L’errore di fondo è delegare l’integrazione del bambino con difficoltà all’insegnante di sostegno - spiega la presidente di Agedi -. Invece che favorire l’armonia della classe e l’accettazione di chi è diverso, il docente preferisce far uscire dall’aula il ragazzo e il suo insegnante. Così si mantiene l’ordine e la gestione degli alunni è più facile".

"Il rischio che i genitori chiedano al riapertura delle scuole speciali esiste - conferma Salvatore Nocera della Fish -: quando il governo non risponde alla domanda della qualità dell’integrazione la gente preferisce il peggio. Noi abbiamo prospettato questo rischio al Ministero e la risposta, politica, che ci è stata data è che "indietro non si torna". Ma bisogna vedere cosa chiederanno le famiglie: abbiamo ricevuto decine di segnalazioni di genitori amareggiati dal fatto che i loro figli non sono seguiti, dal turnover degli insegnanti di sostegno, dall’impreparazione degli docenti, talora dall’incapacità gestionale di alcuni dirigenti scolastici, dai mancati controlli sul rispetto della normativa. Lamentele che sembrano voler dire "si stava meglio quando si stava peggio"; certo, su 190.000 studenti iscritti e frequentanti sono ancora poche".

Intanto, però, il malessere esiste e preoccupa anche il Coordinamento italiano insegnanti di sostegno (Ciis). "La tesi di un ritorno alle scuole speciali non è da prendere in considerazione - dice Giuseppe Argiolas, membro del direttivo Ciis -: si rischierebbe di tornare indietro e smentire l’attività svolta negli ultimi anni dal punto di vista della legislazione e dei successi formativi raggiunti dagli alunni integrati nelle scuole comuni. Mi auguro che le famiglie facciano sentire la loro voce e che i genitori si muovano nella direzione del riconoscimento dei loro diritti all’interno delle classi comuni perché è lì avviene il processo di crescita di tutta la società: non si può assolutamente pensare alle scuole speciali".

Nonostante i tagli previsti per quest’anno creino qualche allarme, i genitori dell’Agedi sono fiduciosi e interpretano la scelta del Ministero come un punto di svolta. "Finora, purtroppo l’handicap è stato considerato uno strumento per creare nuovi posto di lavoro all’interno della scuola - prosegue Maria Mirella Gangheri -, mentre occorre che gli insegnanti stessi prendano in carico il bambino che ha difficoltà. E in questo processo l’insegnante di sostegno deve poter "sostenere" tutta la classe, non una singola persona. Altrimenti, chiederemo allo stato dei docenti privati che facciano lezione ai nostri figli direttamente a casa".

La Fish, invece, chiede di puntare sulla formazione. "Ci vorrebbero corsi di aggiornamento obbligatori, organizzati dal Ministero dell’Istruzione in collaborazione con i sindacati, insieme a modifiche legislative sulla formazione dei docenti. Bisognerebbe inserire nel curriculum formativo un certo numero di ore sulle tematiche dell’integrazione. Quando partimmo a lavorare su questi temi, negli anni Sessanta e Settanta, insegnanti di sostegno non ce n’erano ma corsi di formazione per gli insegnanti curriculari sì".

Fonte: Redattore sociale, 11/09/2007


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